Fatica, Moby Dick e Sauron entrano in un bar…

… e li cacciano perché ormai non se ne può più.

Seriamente. Fatica è di certo uno studioso, un traduttore e un poeta importante. Il suo principale vanto citato da chi sostiene la nuova versione del SdA è la traduzione di Moby Dick. Che non possiamo giudicare, perché abbiamo letto e amato quel libro solo in inglese.

Per inciso, Fatica ha da dire la sua sulla traduzione Pavese, quel povero ragazzino inesperto, proprio come Alliata quando tradusse il SdA. Il modus operandi del fare appello alla giovane età è sospetto. Non abbiamo letto neanche la traduzione Pavese, ma a questo punto ci viene voglia di cercare l’edizione Adelphi che presenta il testo del 1941, riveduto, corretto e dotato di prefazione da Pavese stesso rispetto alla sua prima traduzione del 1932. (Per chi volesse approfondire, ecco un erudito confronto fra le due versioni di Pavese.) [Edit: anche una recensione di Luigi Sampietro della traduzione Fatica di Moby Dick.] Nel 1941 Pavese aveva 33 anni, non esattamente l’erba di ieri sera, ed era già narratore e poeta. Ma tant’è:

8/11/2015: Non chiamatelo Ismaele, da Il Corriere della Sera – Intervista a Ottavio Fatica sulla traduzione di Moby Dick

Che Ismaele e Achab ritornino Ishmael e Ahab come nell’originale non ci sembra una scelta rivoluzionaria. Parlando di loro non c’è possibilità di confusione o ironia, come con Grampasso-Passolungo. Ci siamo fatti due risate goliardiche sul rischio di ritrovarci un primo ufficiale di nome Stelladaino. “La Pequod” non ci dispiace, in inglese le navi sono spesso indicate al femminile, ma data la familiarità di un secolo e mezzo con “Il Pequod” ci sembra un po’ come sentir dire “La Titanic”.

[Fatica:] Dentro ci sono cose inaudite, compresa un’esaltazione furibonda dell’omosessualità che tutti hanno fatto finta di non leggere.

“Esaltazione furibonda”? Non siamo di quelli che vedono lo spettro LGBTQA+ dietro ogni angolo, purché non diventi un’ideologia. (Siamo di quelli che vedono ancor più bisessuali in Game of Thrones di quanti Martin e la HBO ce ne abbiano messi, perché ci sembra interessante e credibile, e ci siamo incacchiati a morte nel veder trasformare un romantico amore maschile in un porno nella serie TV. Sì, parliamo dello slurp.) Ma in Moby Dick non ci eravamo accorti che la tematica fosse COSI’ furibonda. E che TUTTI abbiano “fatto finta” di non leggere tale esaltazione, poi, è assai improbabile. (La solita frecciata ai cattofascisti analfabeti e bigotti? Ma allora anche i comunisti mangiabambini non se ne sarebbero accorti?) Un mondo di uomini senza donne in mezzo all’oceano per anni, beh… non è una sorpresona. Fatica non è il coraggioso scopritore dei balenieri gay: basti citare Sex and the Sea: A Close Reading of Moby Dick del 2004. Che Melville stesso fosse innamorato di Hawthorne è possibile, ma è tutto da dimostrare in un’epoca in cui l’amicizia e l’intensa collaborazione professionale fra due uomini o fra due donne veniva spesso espressa in termini romantici. E magari erano tutti bisex come in Game of Thrones secondo le nostre fanfiction. Comunque non c’è dubbio, il tema esiste in Melville ed è sottile, come si addice a un autore così abile. Non è balzato fuori dal cervello di Fatica, pienamente armato, come Pallade Atena.

«Tradurre “Moby Dick” — scrive Pavese nella sua prefazione del 1941 — è un mettersi al corrente con i tempi». Oggi perché c’è bisogno di un nuovo «Moby-Dick»?
Non lo so, ma non credo che le traduzioni invecchino.

Fatica forse non lo credeva, altri sì.

Com’è il “Moby Dick” di Pavese ?
Non è una bella traduzione, diciamo che non l’ha trattato molto bene, al di là degli errori che capitano a tutti. Manca il ritmo poetico dell’originale che, per certi versi, assomiglia a un poema in prosa. È anche poco riuscita sul piano della spiegazione tecnica dei gesti. Eppure aveva a disposizione il Vocabolario marino e militare di Guglielmotti, del 1891, che ha le parole più belle del gergo. Pavese si è trovato di fronte un mastodonte che gli è precipitato addosso e ha avuto la forza di portarlo a riva in italiano.
[Capiamo che è un’intervista e non un testo letterario, ma questa tripla metafora mista del mastodonte che prima gli sta di fronte e poi gli precipita addosso, il tutto in acqua, beh… siamo cattivi, ogni tanto.] Punto. D’altronde aveva 23 anni e alle spalle solo due piccole traduzioni. Era un grande appassionato di Melville, era intelligente, era uno scrittore, ma non aveva il mestiere e sapeva l’inglese un po’ approssimativamente. Non credo che riuscisse a capire, per esempio, che a un certo punto, quando Ahab dà i numeri e si abbandona a un assolo lirico, si mette a parlare come Shakespeare. Il senso della sua traduzione è lo stesso, capisci che in quel momento vola alto, ma non sono felici le soluzioni. Detto questo io a 23 anni non avrei saputo fare quello che ha fatto lui.

Questa sarebbe una captatio benevolentiae da parte di Fatica? Anche perché, come specificato sopra, Pavese di anni ne aveva 33 – glie ne rimanevano solo una decina da vivere – e cominciava ad affermarsi come uno dei più grandi scrittori italiani. Lo ripetiamo, non abbiamo letto le traduzioni di Moby Dick, ma ci risulta difficile credere che Cesare Pavese abbia scritto qualcosa di non bello. A meno di tuffarsi nelle teorie di complotto e immaginare che Fatica abbia accusato perfino un grande scrittore di aver usato soluzioni infelici, perché già sapeva che qualche anno dopo avrebbe cantato la Spada-che-ha-subito-il danno…

[Per continuare a essere cattivi, dato che dobbiamo mantenere la nostra reputazione di Noldor vendicativi, citiamo un link su cui siamo capitati cercando tutt’altro: E traduci come mangi! Da Moby Dick in poi le migliori (e le peggiori) versioni italiane – da Linkiesta]

Il resto dell’intervista a Fatica è interessante per l’analisi del linguaggio di Melville e degli aspetti tecnici di una traduzione, e qui finisce il nostro prolisso inciso. Non volevamo parlare della traduzione di Moby Dick (anche se certe cose ce le tirano proprio fuori), ma del fatto apparentemente ovvio che Moby Dick non è Il Signore degli Anelli. O meglio: che questi due romanzi di due grandissimi autori vivono e respirano in ambienti completamente diversi.

Abbiamo grandi difficoltà a trovare un qualsiasi riferimento a una realtà specificamente melvilliana in Italia, che sia cattofascista o comunista mangiabambini (o, Eru non voglia, apolitica). Abbiamo trovato un evento a Como nell’ambito di un ciclo di incontri su autori italiani e internazionali, ma non ci risulta che esista la SMI o la AISM o i Sentieri Melvilliani o i Ramponieri di Nantucket. Fateci sapere se esiste un associazionismo italiano dedicato a Melville e a Moby Dick. Davvero, con la passione che nutriamo per questo libro, se esistesse ne faremmo già parte.

E l’associazionismo tolkieniano in Italia? Inutile fare esempi. Non possiamo dare i numeri (sì, grazie… ma non intendevamo come Ahab), ma quanti appassionati di ogni età, istruzione e colore politico seguono ogni anno i numerosissimi eventi tolkieniani e partecipano ai dibattiti su tutti i media, o magari creano costumi o album musicali o illustrazioni e chi più ne ha più ne metta? Centinaia, migliaia?

Bompiani, e di rimbalzo Fatica, hanno completamente ignorato questo contesto diversissimo. Fatica ha celebrato “l’esaltazione furibonda” dell’omosessualità in Moby Dick e nessuno se lo è filato, se non a posteriori quando ciò si è venuto a sapere nell’ambito del dibattito sulle traduzioni del SdA. In compenso Bompiani ha avuto la pessima idea di dare in pasto agli appassionati e studiosi per prima cosa la nuova versione della Poesia dell’Anello, invece di una pagina in prosa venuta particolarmente bene (se mai hanno un criterio per giudicarlo) – e si è presa calci nei denti .

La questione della querela di Alliata non ci è ancora per niente chiara. Abbiamo il sospetto che Alliata non abbia giocato bene le sue carte, ma non possiamo dirlo senza aver studiato le fonti primarie. Forse non era essenziale che Bompiani e Fatica consultassero Alliata. Bastava che consultassero i diretti interessati, gli appassionati di Tolkien. Si sono fermati all’AIST/Wu Ming, allo stesso tempo offendendo tutte le altre realtà come “fans da curva sud”. Senza arrivare a estremi assurdi com il film di Sonic rifatto perché ai “fans” non è piaciuto,TUTTI i tolkieniani italiani meritavano maggior rispetto, proprio per la particolarissima situazione in cui si trovano nei confronti del SdA, diversa dalla situazione dei melvilliani nei confronti di Moby Dick.

Per evitare alla nuova traduzione il linciaggio pubblico che è in effetti avvenuto, bastava un sondaggio: Vi piacciono o no i nomi della traduzione Alliata/Principe? [Sui nomi abbiamo tutta un’altra storia da raccontare.] Sareste d’accordo su nuove versioni delle poesie? Possiamo consultare i traduttori/studiosi fra di voi? Possiamo almeno far finta che questa nuova traduzione sia nata dalle radici apolitiche della passione tolkieniana universale, invece che da un’operazione ideologica a tavolino?

Ne sarebbe uscito il caos, come sempre in democrazia (il peggior sistema di governo a parte tutti gli altri, citando a memoria Churchill), ma l’illusione di una traduzione davvero democratica e pluralista, che la storia cinquantennale di Tolkien e dei suoi studiosi in Italia si meritava, è andata perduta. E andiamo avanti a insulti dai comunisti mangiabambini ai cattofascisti, e per reazione accuse non sempre giustificate verso la traduzione Fatica. Tutto perché si è “fatto finta” di non capire una cosa: in Italia, Tolkien non è Melville.

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