Fonti Primarie 4: Fatica in parole sue

[Edit 3/03: ebbene sì, di nuovo; la formattazione di questo articolo fa schifo e ci sono un paio di frecciatine sopra le righe che si possono evitare quando si tratta di argomenti così importanti.]

Il nome di Ottavio Fatica ci era completamente sconosciuto prima di quel fatale agosto 2019. Ma anche adesso, dopo averlo visto denigrato o esaltato, senza via di mezzo, spesso aprioristicamente, rimane una figura misteriosa.

Della sua vita personale si sa pochissimo, ed è giusto che voglia mantenere la privacy; non si sa neppure la sua età, gliene daremmo una cinquantina, bell’uomo, con un raro sorriso luminoso. Non avrebbe importanza, se non che il modo in cui uno si pone (non si tinge i capelli grigi, per fare un esempio banale) suscita inevitabilmente una reazione, e Fatica ha tutte le carte in regola per fare buona impressione a prima vista.

Non sappiamo nulla dei suoi titoli di studio, non per snobismo ma per poterci rivolgere a lui in modo adeguato. E’ di Perugia, città ricca di incanto, i cui abitanti hanno un accento gradevolissimo, che purtroppo non si trasmette nell’unico video che possediamo. (Non osiamo pensare a come suona l’accento milanese di alcuni di noi, ci consenta.)

Ma è parco di commenti sull’argomento che lo ha portato, nel bene o nel male, agli onori della cronaca.

Il che è strano, prima di tutto perché il fenomeno Tolkien è completamente diverso dal fenomeno Melville, di cui scriviamo qui, e si potrebbe supporre che un traduttore di Tolkien ci tenga a far sentire la sua voce; secondo, con tante opinioni opposte su di lui, Fatica dà pochi chiarimenti e manda avanti (volontariamente, o per disinteresse, o per non litigare) Bompiani, AIST e Wu Ming. Di lui abbiamo poche interviste; e qualche intervento a convegni vari, di cui spesso pare non esistere registrazione o trascrizione, quindi passibili di malintesi.

Nel post già citato commentiamo una sua intervista del 2016 sulla traduzione di Moby Dick, dottissima dal punto di vista linguistico, ma poco diplomatica, al limite dell’offensivo, e storicamente errata nei confronti del traduttore di Melville più famoso, Cesare Pavese.

Quando nel 2018 è esploso il casus belli della nuova traduzione, qualcosina di più si è saputo, e qui di seguito raccogliamo le fonti che siamo riusciti a recuperare, mantenendo i commenti al minimo. Così desideriamo chiarire le origini e il contesto di una serie di dichiarazioni di Fatica circolate indiscriminatamente, e altrettanto indiscriminatamente criticate (spesso a ragione):

  • AVVENTURA IMPROVVISATA, 500 ERRORI A PAGINA
  • DALLI ALL’ALLIATA
  • CURVA SUD E ORSACCHIOTTO DI PELUCHE
  • TOLKIENIANI SETTARI
  • CHUCK NORRIS E L’ORSO YOGHI

AVVENTURA IMPROVVISATA, 500 ERRORI A PAGINA. Ritradurre Il Signore degli Anelli: intervista di Loredana Lipperini a Fatica, dal sito AIST (29/4/2018). Già citato in Fonti Primarie 1.

Premessa. Le prime frasi della presentazione sono indizio di trend che riprenderemo più avanti. “Una nuova traduzione finalmente all’altezza della sfida La Compagnia dell’Anello in tutta la sua generosa, esuberante, ludica malìa”. Non sono parole di Fatica ma di Roberto Arduini. Un anno e mezzo prima dell’uscita della nuova traduzione, Arduini era così sicuro che sarebbe stata un successo e soprattutto “finalmente all’altezza”? Certo, probabilmente era in contatto con Fatica e al corrente del suo lavoro; ma perché queste dichiarazioni a priori sono legittime, e le preoccupazioni dei fan di Alliata no? Si palesano due trend: esaltare a scatola chiusa la traduzione Fatica e demolire la traduzione Alliata-Principe. Ovviamente altrove si verifica l’opposto, e noi non condividiamo neanche quello.


Sono un appassionato degli Inklings, ma fin qui avevo letto soprattutto C.S.Lewis, Owen Barfield e Charles Williams. Di Tolkien conoscevo, in inglese, Il Silmarillion e Lo Hobbit. Possedevo Il Signore degli Anelli nell’edizione di Rusconi, ma non lo avevo ancora aperto.

Altrove su Cercatori di Atlantide si dice che Fatica “non è uno specialista di fantasy”. Ammettiamo pure che qui sotto dichiara che il SdA “è un grande libro, non un fantasy”, e ci sta. Quindi andava affrontato come un grande libro. Il che significa, quasi sempre, fruibile da chiunque; ma sia l’originale che la traduzione A/P sono perfettamente fruibili (l’originale richiede una buona comprensione dell’inglese, e magari un dizionario, ma dopo un poco ci si fa l’orecchio).

La sua traduzione [di Alliata, NdFF] possiede una virtù: è scritta in buon italiano, mentre oggi, nella maggior parte dei casi, si scrive in traduttorese, sul calco della lingua inglese. Detto questo, ha tutte le pecche di un’avventura improvvisata. Ma l’errore è stato soprattutto successivo, quando, su iniziativa di Zolla, il libro venne finalmente preso sul serio e Quirino Principe rivide una prima volta la traduzione. Ecco, bisognava pur rendersi conto che non era possibile correggere cinquecento errori a pagina per millecinquecento pagine. Non c’è paragrafo mondo da lacune e sbagli. Mancano verbi, avverbi, intere frasi, a volte si traduce a orecchio. Alliata toglie spesso l’inciso, che significa pur qualcosa, dà sfumatura al personaggio. Invece, aggiunge spiegazioni su spiegazioni. Diventa una parafrasi, decisamente brutta. Inoltre ha un suo curioso stilema: raddoppia gli aggettivi. Placido e tranquillo, rapido e veloce, misero e magro, crudeli e maligni dove l’originale era feroci. Sembra uno stilema di Tolkien, invece è il suo. Poi certo, lo legge un ragazzo in cerca di avventura e si appassiona lo stesso.

[grassetto nostro]

Abbiamo preso la nostra edizione Rusconi 1980 e abbiamo contato le parole per pagina. Non ce ne sono 500. Possiamo capire un’iperbole. Curioso che Fatica usi per Alliata quasi le stesse parole che usa per Pavese, “non è una bella traduzione”.

DALLI ALL’ALLIATA: Fatica al Salone del Libro di Torino, maggio 2018 (video), con commento di Cercatori di Atlantide.

Premessa. Purtroppo il video copre solo una parte dell’intervento. Manca l’inizio, ma all’apparenza non c’è alcuna presentazione di Tolkien e della sua opera, neanche da parte di Roberto Arduini. Il moderatore Alessandro Mari riassume il curriculum di Fatica e ricorda il proprio incontro con la traduzione A/P; poi legge un passo del capitolo 2, L’Ombra del Passato. Fatica commenta. Ci sembra significativo riportare per intero i passi in questione:

Originale

‘Of course, my dear Frodo, it was dangerous for you; and that has troubled me deeply. But there was so much at stake that I had to take some risk – though even when I was far away there has never been a day when the Shire has not been guarded by watchful eyes. As long as you never used it, I did not think that the Ring would have any lasting effect on you, not for evil, not at any rate for a very long time. And you must remember that nine years ago, when I last saw you, I still knew little for certain.’

Traduzione A/P

«Devo riconoscere, caro Frodo, che la tua era una posizione pericolosa; e ciò mi ha tenuto inquieto e preoccupato per lunghi anni. Ma la posta in gioco era tale che dovevamo correre qualche rischio, benché anche durante quei nove anni che passai lontano dalla Contea, tu e la tua terra siate stati ininterrottamente custoditi e protetti da uno sguardo vigile. Pensavo che, se tu non l’adoperavi, l’Anello non poteva avere su di te un effetto duraturo o permanente; certo nessun effetto profondamente maligno e nemmeno, in ogni caso, irrimediabile. Tra l’altro, devi tener presente che nove anni fa, quando ti vidi per l’ultima volta, non ero propriamente sicuro delle mie ipotesi».

Traduzione Fatica

“Certo, mio caro Frodo, per te era pericoloso; e questo mi ha turbato nel profondo. Ma la posta in gioco era tale che dovevo correr qualche rischio – anche se, mentre ero lontano, non è trascorso giorno senza che la Contea fosse tenuta d’occhio. Ho ritenuto che, finché tu non ne avessi fatto uso, l’Anello non avrebbe avuto effetto duraturo su di te, né in senso malvagio né comunque per molto. E non dimenticare che nove anni fa, quando ti ho visto per l’ultima volta, per certo sapevo ancora poco.”

Commento Fatica: “La versione inglese sono 8 righe, la mia sono 8 righe, la versione vecchia sono 12 righe. Ci sarà qualche motivo.”

Frase curiosa da parte di un traduttore che in alcuni punti (già visti nei nostri Commenti Testuali) sfronda l’originale fino all’incomprensibilità (l’inverno senza primavera che io non vedrò), e in altri aggiunge una profusione di sillabe a concetti semplicissimi (the Sword that was broken = la Spada che ha subito il danno). Siamo capaci tutti di criticare un testo facendo il conto della serva, come direbbe Gandalf.

” ‘Devo riconoscere’ non c’è nell’originale. ‘Posizione…’ [gesto di scherno.] ‘Per lunghi anni’ non c’è. ‘Dovevamo’, non ‘devo’, e questo è un errore. [Vero.] ‘Anche durante quei nove anni che passai lontano dalla Contea’ non c’è. ‘Pensavo che se tu non l’adoperavi l’Anello non poteva…’ e qui al mio orecchio l’imperfetto è bruttissimo. [Vero.] ‘Tra l’altro’ non c’è. [C’è and.] ‘… e non ero propriamente sicuro delle mie ipotesi”: non c’è né ‘propriamente’ né ‘ipotesi’ nell’originale.

Finora, di aggettivi accoppiati, lo stesso aggettivo sdoppiato, due sinonimi… in 250 pagine ce ne saranno 550, 600. [Ci risiamo.] Ve ne leggo qualcuno: avventuroso e spericolato [non sono sinonimi], forti e volitivi [non sono sinonimi], falsa e bugiarda [discutibile], preoccupante e sospetto [non sono sinonimi], dettagliato e minuzioso [discutibile] … ne fa anche tre, ‘spruzzi sguazzi e schizzi’, che è una parola sola [noi la chiameremmo onomatopea, strano che un poeta non ci pensi]…

Qui siamo costretti fisicamente a interrompere la trascrizione, perché Fatica, in 4 minuti, offre una miriade di esempi parlando sempre più in fretta, fra l’entusiasmo circense di Mari e degli spettatori (Arduini è più dignitoso), ottenendo l’effetto di uno sketch comico in cui è comprensibile scorgere l’intento (forse involontario, a essere buoni) di dileggiare l’assente Alliata.

“Se voi leggeste un libro simile pensereste: dunque questo Tolkien ha questo strano stilema suo.”

Personalmente, quando eravamo tolkieniani prepuberi, pensammo solo a una meravigliosa storia di personaggi affascinanti senza badare allo stile, perché era ed è comprensibile. Dell’elenco frenetico e sarcastico di Fatica, solo un caso è un errore, due se si conta quell’imperfetto: il resto è lo stile di Alliata.

Si chiamano endiadi, figura retorica che consiste nell’utilizzo di due o più parole coordinate per esprimere un unico concetto. (Da Wikipedia. Scusate ma è una settimana che stiamo scrivendo questo articolo, non riusciamo ad andare più a fondo.) A cercare di mettersi nella testa di Alliata, può darsi che ai suoi occhi una parola inglese non sia apparsa traducibile con una singola parola italiana (frequentissimo), quindi si è rivolta a uno stilema dantesco (a passi tardi e lenti, che non sono sinonimi, non offendiamo la vostra intelligenza spiegando perché). [Edit 12/9/20: non è neanche Dante, è Petrarca; l’esempio dantesco più tipico è mi fa tremar le vene e i polsi.]

Può piacere o meno, può essere illegittimo perché non ricopia lo stile di Tolkien; ma per chi non ha letto l’originale, ammettiamo pure che legga un nuovo romanzo scritto da Alliata, ma esso non tradisce quasi mai (ne parleremo) lo spirito dell’originale, e ha una sua logica e un suo stile coerente. Casomai serviva un editing, non una nuova traduzione. (Anche questa è tutta un’altra storia per tutto un altro post.) Chiunque si chieda giustamente “ma è così che scriveva Tolkien?” ha interessi linguistici che lo possono portare a procurarsi la versione inglese (non facile negli anni ’70 – ’80, ammettiamolo) e capire da solo le differenze.

“C’è una nota del curatore, Quirino Principe […]: ‘La principale difficoltà incontrata nel tradurre il libro riguarda i nomi propri di persone o di luoghi.’ Punto. […] Che nel resto uno invece che morire sopravvive, invece che partire torna, invece che salire scende, non gli frega niente a nessuno. Tutti quanti stiamo ancora a dire ‘Si chiamerà Valforra o Valserra…’ […] è un problema, ma non è il problema capitale.”

Un momento. Fin qui Fatica ha parlato solo delle endiadi di Alliata. Da dove escono questi errori di interpretazione? Non sappiamo dire se esistano, da troppo tempo leggiamo Tolkien solo in inglese, ma Fatica poteva spendere 2 di quei 4 minuti a citare questi casi, se è “il problema capitale”. In inglese si chiama to move the goalposts. Fatica cerca di giustificare l’eliminazione delle endiadi di A/P, e di botto sposta i pali della rete includendo gli errori testuali. Il discorso non fila.

Tocca ad Arduini, che narra la prima pubblicazione di Astrolabio, di cui furono vendute solo 400 copie su 3000. (Qui Mari fa un commento inesplicabile indicando la platea come se fosse uno scherzo privato: “Non dirlo, perché qua…” – risata. Boh. Per la storia di “Tolkien in Italia” vi rimandiamo al libro del pericoloso Oronzo Cilli.)

Arduini cita Zolla definendolo “un grande pensatore”. Dimostrandosi uomo di stile, in un’Italia in cui Tizio deve essere per forza definito “di destra” mentre nessuno aggiunge a Caio “di sinistra” se tali sono le loro inclinazioni politiche.

Qui purtroppo si interrompe il video che possediamo.

Non è giusto giudicare Fatica da un singolo intervento. Non è giusto denigrarlo perchè all’apparenza non è abituato a parlare in pubblico, o perché si presenta in una sede illustre quale il Salone del Libro di Torino in maglioncino marrone. Mari era in blu e grigio casual-sobrio, Arduini in dignitosa giacca scura e camicia azzurra – che cambia? E’ solo un istinto, o forse non ci piace il marrone.

A quanto ne sappiamo (di nuovo, seguirà un post sulle fonti primarie) è anche per questo che Alliata ha querelato Fatica. Personalmente riteniamo che la Principessa avrebbe dovuto mantenersi superiore, perché forse ha fatto più male che bene. Non è questa la sede per parlarne. Sta di fatto che l’intervento di Fatica come ci risulta dal video è solo una critica feroce della traduzione A/P e non contiene (non nel brano che possediamo) alcuna interessante spiegazione di come LUI abbia affrontato Tolkien.

Come dicevamo, Cercatori di Atlantide ha commentato l’intervento di Fatica al Salone di Torino: Guerra e querela alla traduzione (scusate se ripetiamo citazioni dal nostro post precedente). Consigliamo di leggere tutto l’articolo, molto utile anche per cercare di capire la situazione della querela, e lo citeremo ancora  in futuro.

1. Tre individui che attaccano la vecchia traduttrice invece di illustrare in positivo il loro lavoro?

Iniziamo spezzando una lancia nei confronti di Alliata: in un lavoro di promozione come quello fatto al Salone del Libro, sarebbe stato più interessante anche conoscere le trovate di traduzione di Fatica, e non solo osservare le problematiche della vecchia traduzione. Ma si sa, la pars destruens è sempre quella più facile da fare, oltre che quella che ha più presa sul pubblico.

Tuttavia, va anche detto che la nuova traduzione si rende necessaria proprio a causa delle problematicità della vecchia traduzione, ed elencare questi difetti aiuta a convincere il pubblico del fatto che una traduzione nuova, che inevitabilmente porterà cambiamenti nei passaggi e nei nomi con cui noi siamo cresciuti, sia necessaria e faccia persino più giustizia al libro. Pensiamo anche solo alle polemiche che sono nate con la nuova traduzione di Harry Potter, in cui Platano Picchiatore è stato cambiato in Salice Schiaffeggiante, più vicino all’originale Whomping Willow, ma che ha fatto sbiancare i lettori della versione originale.

[grassetto originale]

Come abbiamo già detto, concordiamo con la prima parte. Le problematicità della vecchia traduzione sono discutibili. Non ci immischiamo in Harry Potter.

2. Infamare in modo scorretto il lavoro di una collega non presente?

Ecco, qui già siamo di fronte ad un’interpretazione che è quantomeno personale, e sicuramente poco vicina alla realtà. Infatti, nel video della conferenza nessuno infama Alliata, ma se ne criticano semplicemente le scelte come traduttrice, in maniera puntuale e accurata. C’è una differenza sostanziale fra il criticare in maniera professionale il lavoro altrui e l’infamarlo: se si dice che il raddoppiamento di Alliata non fa giustizia allo stile tolkieniano, si fa una critica professionale; se si dice che Alliata traduce di merda perché è una cogliona, si infama. E, ovviamente, qui nessuno si permetterebbe mai di infamare la traduttrice, che come persona ha sempre ricevuto da tutti solo rispetto e comprensione. Però da un’uscita come quella che Alliata fa su Il Giornale mi viene spontaneo chiedermi come la signora reagirebbe ad un processo di peer review accademico, in cui i colleghi sono chiamati a correggere i problemi del lavoro altrui: farebbe loro causa perché l’hanno infamata in sua assenza?

[grassetto originale]

Confessiamo che ci sentiamo un poco sporchi dopo aver riascoltato all’infinito questo video per essere certi di citare con correttezza. Una cosa è leggere il testo dell’intervento, un’altra è vedere la gestualità teatrale di Mari e Fatica e udire le risate del pubblico. E ripetiamo che Alliata poteva reagire meglio, ma l’intervento al Salone si è trasformato in un linciaggio. Ben venga un peer review, ma con il rispetto necessario fra peers, come commenta anche Cercatori di Atlantide nel post citato.

CURVA SUD E ORSACCHIOTTO DI PELUCHE: Ho fatto a pugni con il Signore degli Anelli – intervista di Piero Melati a Fatica sull Venerdì di Repubblica (29/11/19), con Commento all’intervista di Cercatori di Atlantide (1/12/19).

Premessa. Possediamo la copia originale del Venerdì di Repubblica, ma non la trascriviamo integralmente per ragioni di copyright. Ci limitiamo a riportare le parti relative alla nuova traduzione. Per il resto, Fatica un pochettino se la tira (come direbbe Gandalf), come si evince dal titolo.

E Tolkien? – Conoscevo bene i suoi saggi su Beowulf e sulla lirica nordica. Non ho a priori una passione per il fantasy… Mi ha sorpreso scoprire che ha dei fan da curva sud. Oggi dico: Tolkien è un ottimo scrittore anglofono del Novecento. Un conto è amarlo, un conto è leggerlo correttamente.

“Amarlo” e “leggerlo correttamente”: ovvio che il riferimento è alla traduzione A/P. Che a noi personalmente ha fatto amare Tolkien al punto di procurarci l’originale e leggerlo “correttamente”. Poteva essere “scorretta” se ha spinto così tanti a conoscere le opere di Tolkien in lingua originale? Se siamo qua in blocco a comprare la History of Middle Earth e a cercare di decifrarla, per non parlare dei successivi volumi editi da Christopher, possibile che tutto questo si basi su una lettura scorretta?

Tolkien è capace di antichizzare la lingua in modi medievali, o anche antecedenti. Sa rifarsi all’italiano del Duecento o anche a idiomi barbarici ancora più antichi. Attinge alla tradizione bellicosa e cavalleresca di Ariosto e Tasso. Quando i suoi personaggi combattono, c’è qualcosa di infantile e violento che è proprio di quel filone, anche se in lui la resa è più nordica.

Scusi Fatica, mirk in Mirkwood è una parola antichissima e non più usata. Il nome è stato tradotto in passato come Bosco Atro (A/P) o Bosco Tetro (Lo Hobbit), entrambi contenenti termini antiquati. Ci spieghi per favore come la sua traduzione “Boscuro” rifletta “modi medievali, o anche antecedenti.”

Ci spieghi anche dove Tolkien usa termini dell’italiano del Duecento, o se conoscesse Ariosto e Tasso. Ci descriva cosa ci sia di “infantile” nello scontro fra Éowyn e il Re Stregone. Per favore.

In proposito, il suddetto “Tolkien e l’Italia” del temibile Cilli chiarisce che la conoscenza di Tolkien dell’italiano è dubbia, e la sua corrispondenza con Alliata è in parte un mito. Tolkien seppe della traduzione Alliata da un amico che gli disse che era bella (p. 138), ed era in contatto con Principe (p. 170). Altro non si sa.

Poi ci sono i componimenti poetici. – Quando si esalta, Tolkien somiglia a Kipling. All’improvviso si mette a scrivere in versi.

La domanda chiede delle POESIE, non della PROSA di Tolkien. Fatica non risponde.

Ci sono tanti registri differenti. – Ci sono duemila cose. Per dirne un’altra, un orco non può esprimersi con un “sarà quel che viene”. Solo un elfo può parlare in modo così aulico.

Per prima cosa non abbiamo trovato nella traduzione A/P “sarà quel che viene”. Invitiamo i nostri lettori a correggerci. Secondo, un orco che parla come Tiziana Rivale non ci pare aulico, ma neanche un elfo.

Tolkien è sempre attento ad usare espressioni coerenti al rango di chi parla. E, problema nel problema, spesso antichizza parole e toni.

Ci stiamo sciroppando, come direbbe Gandalf, una ricerca sul registro della nuova traduzione in base al rango di chi parla, per un futuro Commento Testuale. Indovinate quale personaggio prenderemo in considerazione. Spoiler: è un Maia.

Alla fine del terzo volume tolkieniano le chiedono di esprimere un auspicio. Quale sarebbe? – Vorrei che un fan tolkieniano iperfazioso, che difende il suo vecchio orsacchiotto di peluche, legga questa mia versione e si dica: si capisce, è ben tradotta, il libro scorre.

Scusi Fatica, ma il suo auspicio non si avvererà MAI, anche a causa sua e dei suoi sostenitori. Possiamo capire che con “fan da curva sud” e “orsacchiotto di peluche” lei non intendeva rivolgersi a tutti noi. Che voleva essere una simpaticissima iperbole. Ma lei, da poeta e quindi esperto del potere che hanno le parole, non può essere ignaro di ciò che le sue dichiarazioni hanno suscitato in noi, tolkieniani medi. Aggiungiamo la sua vis comica sprezzante verso Alliata al Salone di Torino. Non ha senso adesso chiedersi chi ha cominciato, ma lei certo non ha aiutato. Chi di spada ferisce…

Commento di Cercatori di Atlantide

Premessa. Di solito questo blog ci piace moltissimo per la quantità di info e la precisa documentazione delle fonti, come cerchiamo di fare noi, ma qui c’è una sfilza di insulti gratuiti che non siamo riusciti ad accettare:

improvvisamente esperti di traduzione e di inglese medievale [?], gente bravissima a fare il lavoro degli altri, indignati della domenica, nerd legatissimi all’effetto nostalgia che no, non giocheranno mai a nulla di diverso da D&D 3.5, non leggono più un fantasy da quando hanno compiuto vent’anni, rimanendo legati al loro bagaglio culturale composto (se va bene!) da Robert Jordan, Terry Brooks, Licia Troisi e Christopher Paolini… hooligan dell’effetto nostalgia… Ma non tu, fan di Tolkien che non ami la nuova traduzione perché hai opinioni sensate: questa critica, e la critica di Fatica, non è rivolta a te. Tu vai bene.

[grassetto nostro]

Citazioni testuali dall’articolo (non dall’intervista di Fatica). Cara Gloria, possiamo capire che anche tu ne hai fin sopra i capelli, come direbbe Gandalf, ma questa cade proprio dall’alto. Che ne sai di cosa siamo esperti TUTTI, di come giochiamo, di cosa leggiamo? Devi dircelo tu o AIST in questo articolo se andiamo bene, se vogliamo essere tolkieniani? Ti ammiriamo e ti rispettiamo, ma non accettiamo da nessuno questo gatekeeping. No grazie. E gli “hooligan dell’effetto nostalgia”? Essere assimilati a un gruppo di violenti estremisti è hate speech.

Un’intervista senza vere risposte: Ottavio Fatica non scende nel dettaglio del proprio lavoro – Che l’intervista, condotta da Piero Melati, non potesse rivelarsi un saggio di 50 pagine col commentario completo di tutte le scelte, i cavilli e i punti critici della traduzione di Ottavio Fatica, era evidente. Tuttavia, almeno un accenno ad alcune delle scelte maggiormente contestate o un accenno a future spiegazioni sarebbero stati graditi. Ottavio Fatica, sostanzialmente, racconta la traduzione di Tolkien non da un punto di vista tecnico, bensì da uno tutto umano. Sul sito di AIST si trova una buona sintesi dell’intervista, qualora vi interessasse. Sperando che questa non sia la sola intervista che Fatica rilascerà, sarebbe il caso che le sue prossime dichiarazioni siano un po’ diverse. Innanzitutto, sarebbe utile un commento più puntuale sulle sue scelte di traduzione, specialmente su quelle più controverse, e non parlo solo dei nomi propri. Perché ha preferito un’aderenza maggiore allo stile poetico di Tolkien, rispetto ad un adattamento più piacevole all’orecchio di un italiano?  Perché sono presenti alcuni tecnicismi o arcaismi italiani per tradurre termini inglesi che non paiono troppo oscuri?

[grassetto originale]

Condividiamo.

Un’intervista generica o un tentativo di umanizzare Ottavio Fatica?

Sul perché dell’assenza di spiegazioni specifiche e puntuali su alcune scelte di traduzione […] reputo che un’intervista di questo genere sia stata pensata non tanto per informare i fan (o gli hater), bensì per rendere Ottavio Fatica più umano. Ecco perché si concentra così tanto sulle impressioni che Fatica ha avuto dal suo lavoro e sulla difficoltà che ha avuto nel tradurre Tolkien.

[grassetto originale]

Peccato che Fatica non si sia preso la briga di “ricambiare la cortesia”, per citare De André, al Salone del Libro di Torino, nei confronti di Alliata. Forse non vale la pena di umanizzare lei, serva di una casa editrice di estrema destra? Forse non vale la pena di unanizzare noi dissenzienti, vista la sequela di insulti che ci becchiamo in questo post?

Cosa vorrei da una futura intervista a Ottavio Fatica?

Sperando che questa non sia la sola intervista che Fatica rilascerà, sarebbe il caso che le sue prossime dichiarazioni siano un po’ diverse. Innanzitutto, sarebbe utile un commento più puntuale sulle sue scelte di traduzione, specialmente su quelle più controverse, e non parlo solo dei nomi propri. Perché ha preferito un’aderenza maggiore allo stile poetico di Tolkien, rispetto ad un adattamento più piacevole all’orecchio di un italiano?  Perché sono presenti alcuni tecnicismi o arcaismi italiani per tradurre termini inglesi che non paiono troppo oscuri? Ad esempio, perché tradurre blue butterfly con licene? Perché, poi, tradurre Prancing Pony con Cavallino Inalberato e non con Pony/Cavallino Rampante? EDIT: se controllate in giro, Giampaolo Canzonieri ha de facto spiegato quest’ultima scelta di traduzione molte volte! Io personalmente non sono risentita per la nuova traduzione, nonostante alcune scelte stilistiche non mi piacciano. In generale, infatti, la mia posizione coincide a grandi linee con quella di Claudio Testi in questo articolo. Tuttavia, credo che un confronto costruttivo su queste tematiche possa sol che giovare a tutti.

[grassetto originale]

Condividiamo.

Citiamo anche Kelopoeta su questo argomento, che concorda con noi sul valore di Cercatori di Atlantide, e a sua volta cita la mitica Costanza Bonelli, traduttrice e tolkieniana, di recente ospite di La Voce di Arda.

TOLKIENIANI FAZIOSI: Fatica a Parma 3/1/20 – I Cercatori di Atlantide (già commentato in Fonti Primarie 3)

Premessa: Forse il più bello e istruttivo degli articoli di questo blog da noi citati. Lo riprenderemo. Purtroppo non abbiamo una trascrizione testuale dell’intervento di Fatica a Parma. (Ci sono forse problemi di copyright? Domanda seria, ditecelo.) Non sempre si capisce quali siano le effettive parole di Fatica. Tentiamo di mettere virgolette quando è chiaro che è una citazione sua. Per il resto l’articolo è interessantissimo per quanto riguarda i nomi; argomento che noi non affronteremo, per il momento.

Tolkien come totem politico della destra e i problemi con i lettori tolkieniani settari

Tuttavia, sottolinea Fatica, noi, unica nazione al mondo, avevamo un piccolo gruppo di lettori tolkieniani di destra. La sinistra italiana, che era giovane e alternativa, non si era interessata a Tolkien. Per questo, alla destra era rimasto solo Tolkien come proprio autore di riferimento.

Non sequitur.

“i tolkieniani, nel bene o nel male, sono dei settari. Stanno stretti nel loro mondo chiuso e sono partiti dall’idea che la nuova traduzione avrebbe fatto sicuramente schifo.”

[grassetto originale]

Con scarsa onestà intellettuale, Fatica sembra rivolgersi a TUTTI i tolkieniani (e avrebbe ragionissimo), ma dal contesto si capisce che parla solo di quelli a cui non piace la sua traduzione. I suoi sostenitori invece sono di mente apertissima, al massimo censurano un convegno. Noi tolkieniani medi non ci identifichiamo in questa dichiarazione. Il nostro mondo è spalancato e infinitamente bello, grazie. Non sarà invidia?

Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: la resa delle poesie

“Poi un’altra cosa che ha fatto molto arrabbiare i tolkieniani (e a me dispiace un po’) sono le poesie. Ora, alcuni da bambini si sono letti queste versioni precedenti, che gli erano piaciute. Io onestamente qui non so cosa dirvi, perché improvvisamente tutti si sono improvvisati esperti, analizzando le poesie peggio di una terzina di Dante o di una strofetta di Montale. Tolkien fa delle strane forme metriche e io ho cercato di riproporre quelle, più o meno. Riguardo alla Poesia dell’Anello, alcuni commentatori me l’hanno rimandata dicendomi “ma non ci hai messo nemmeno le rime”, ma le rime in realtà ci stanno e negli stessi punti in cui le ha messe Tolkien. Poi chi ha fatto il commento non le ha volute vedere. Fatica poi riflette sul fatto che alcuni si siano arrabbiati per vincerli e avvincerli, quando la vecchia traduzione usava ghermirli, nella Poesia dell’Anello. Ma, dice il traduttore, lui aveva bisogno di una rima e questa soluzione ha lo stesso motivo per cui Tolkien usa sky e die.”

[grassetto originale]

Abbiamo già scritto che è perfettamente legittimo analizzare Tolkien alla pari di Dante o Montale. Abbiamo già detto che A/P non è il massimo, come direbbe Gandalf, nella resa di certe poesie. Abbiamo già fatto notare che speriamo che Fatica scriva meglio di quanto parli (inserire battuta cattiva), perché Tolkien NON “fa delle strane forme metriche”. Ci appelliamo a Kelopoeta per conferma, ma le poesie di Tolkien sono metricamente costituite da normali ottonari, endecasillabi etc, oppure basate sull’accento tonico e sull’allitterazione, come la poesia anglosassone.

A Fatica piaceva il duo vincere e avvincere perché non sono la stessa cosa, non sono come vincere e convincere. Vincere viene dal latino vĭncĕre e avvincere viene dal latino vincire, quindi hanno due significati etimologici diversi.
“Poi anche questo è tutto discutibile e forse certe forme mi sono iniziate a piacere perché a furia di lavorarci mi sono entrate in testa, però non è che siano campate per aria. Non è che mi sono alzato una mattina per dire “faccio questa cosa”.”

[grassetto originale]

Sul latino ci riserviamo un commento dopo un’analisi più approfondita. Siamo un poco arrugginiti. Eheu fugaces, Postume, Postume… Però la frase tra virgolette è applicabile anche alle endiadi di Alliata. Pensiamo che neanche lei si sia alzata una mattina e abbia esclamato, come direbbe Gandalf, “faccio questa cosa”.

Poi Fatica entra finalmente nel merito delle sue scelte di traduzione, concentrandosi sui nomi, e qui vi consigliamo di leggere l’intero articolo.

CHUCK NORRIS E L’ORSO YOGHI: Fatica al Tolkien Lab di Modena, 15/2/2020

[Edit 2/02: Abbiamo espunto questa sezione per espanderla nel successivo post.]

19 pensieri riguardo “Fonti Primarie 4: Fatica in parole sue

  1. Fatica non risponderà mai delle domande sul suo lavoro. Se all’incontro in cui si accenna aveva un maglione marrone, in un video su YouTube in Video Call a presentare il libro, lui a casa sua con maglietta o canotta bianca. E a dire il vero non capita le domande che gli si ponevano. Nel senso: se gli si pone la domanda come parlano i personaggi, sarebbe capace di dire con la bocca. Gli hanno fatto due domande, e per due riposte parla di altro. E’ probabile che in Bompiani-Giunti, si siano accorti che NON era la persona più adatta per rappresentare la Casa Editrice e presentarsi al pubblico.
    Come quando si dice che “E’ più facile demolire la vecchia traduzione che spiegare invece le scelte nuove” (parole mie, ma il senso è quello) Fatica NON riuscirà mai a dire in modo oggettivo, il perché ha scelto questa parola, questa traduzione, ecc… Non è qualcosa che è in grado di spiegare. Gli rimane dentro. Come un pittore non può spiegarti che ha dipinto un occhio mettendo prima il bianco, poi andando intorno al colore, ecc… e gli si chiede perché non abbia fatto in altro modo… lo fa e basta.
    Vero che Fatica interpreta “un po troppo Tolkien in certe parti”. Ne avete portato un giusto esempio: per lui è più “corretto” usare ” la Spada che ha subito il danno”… piuttosto che “la spada che fu spezzata”. Lo interpreta spiegando che la spada E’ STATA danneggiata, quindi da qualcuno (Sauron) e non “per caso”, come può far intendere una “spada che che fu spezzata…. da chi?”. CI ha messo del suo. Oppure poteva essere una spada “nata così”. Non lo difendo a priori. Ma nel FILM si vede subito che la spada è stato spezzata da Sauron. Nel Libro non ricordo neppure se c’è una chiara descrizione.

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    1. Ciao Matteo, grazie per i commenti! Risponderemo a ciascuno. Prima di tutto, questo post è vecchio e adesso stiamo imparando come rendere i post più chiari e seri, quindi ci scusiamo per certe rozzezze.

      Concordiamo che Fatica non sia un grande oratore. Non è colpa sua, è questione di personalità; ragion di più per affiancarlo a persone più faconde come Arduini o Testi, che però nei vari incontri non sono riusciti a chiarire (o correggere) quello che Fatica intendeva.

      Ci pare del tutto legittimo, per esperienza personale, che a volte un traduttore faccia una scelta d’istinto. Siamo assolutamente convinti che un buon traduttore sia alla pari di uno scrittore, quindi è per lui legittimo compiere scelte che non sono spiegabili. Fatica ha giustificato il suo uso di Forestali con il fatto che Raminghi “gli sembrava un ordine di frati”. Per questo critichiamo la sua scelta; prima di tutto paragonare i Rangers a un ordine di frati è del tutto giustificato, e secondariamente Fatica si fida (giustamente) del suo orecchio ma trascura l’orecchio collettivo dei lettori, per cui Forestali suscita ben altre associazioni.

      Puoi per favore fornirci una fonte in cui Fatica spiega perché ha usato “La Spada che ha subito il danno”? Ormai abbiamo un tale assortimento di link che non riusciamo a trovarla. C’è chi dice che ha tradotto così per far quadrare la metrica di “Seek for the Sword that was broken”, ma d’altra parte in “All that is gold does not glitter” Fatica ha tradotto “la lama infranta”, che sarebbe stato bellissimo se lo avesse mantenuto in ogni istanza di “The Sword that was broken”.

      Speriamo di aver risposto alle tue domande, ora passiamo agli altri commenti 🙂

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  2. Scusa, ma se non sai chi è Fatica, è inutile farne delle Facile Ironia. ha tradotto Moby Dick di Melville. Ha ricevuto diversi premi per le sue traduzioni di Kipling. Traduttore, Scrittore e Poeta. Forse al tempo non c’era al sua pagina di Wikipedia. Ma si trovava in rete, se cercavi “Traduttore Moby Dick”. Ne hanno parlato anche a suo tempo su Lettura. Lessi l’articolo. Loro ne erano entusiasti. Ma segnalarono la difficoltò di tradurre un’opera che Moby Dick e la scrittura di Melville. Disse che fu un’impresa titanica. Ci si perdeva nella sua prosa. Poi cercando in rete ho trovato a chi non gli piaceva la traduzione che fece, preferendo quella di Cesare Pavese perché riscrisse in italiano il libro. Quindi era scorrevole come se lo avesse scritto lui, ma non era “La Prosa di Melville”. E’ l’unico traduttore che invece che andare a cercare rogne nel tradurre l’incipit iniziale: “chiamatemi Ishmael”.

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    1. Rieccoci. Ormai riteniamo che tutti sappiano chi è Fatica. Ammettiamo che non sappiamo nulla delle sue traduzioni di Melville o Kipling, dato che leggiamo gli autori anglofoni in inglese. La nostra critica all’approccio di Fatica a Moby Dick è che ha trattato Pavese con supponenza e anche con errori fattuali, dato che Pavese pubblicò la seconda edizione della sua traduzione, con commento, quando era più che trentenne. Quanto all’esaltazione dell’omosessualità, ripetiamo che non è una sorpresa per nessuno che sappia come funzionavano i lunghi viaggi per mare con una ciurma di soli uomini. La stessa cosa accadeva durante le guerre, tutte le guerre.

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  3. Mi ero ripromessa che avrei commentato in maniera più approfondita ed eccomi qui.
    Riguardo a ciò che è successo al Salone del Libro di Torino, sono perfettamente d’accordo con voi (anch’io ho commentato l’atteggiamento e le parole di Fatica in quell’occasione, in un articolo del mio blog). Gloria Comandini può dire quello che vuole sulle “interpretazioni personali poco vicine alla realtà”, ma per quanto mi riguarda vedo ben poco di professionale nell’approccio critico di Fatica alla traduzione di Alliata. E non ho alcun interesse a difendere la traduttrice per partito preso, visto che in questa storia non sono dalla parte di nessuno: come tante altre persone, io vorrei solo leggere Tolkien in pace. Certamente non appoggio la scelta di Alliata di querelare Fatica, ma non posso nemmeno approvare l’atteggiamento di lui, che trovo supponente e sgradevole. C’è modo e modo di criticare un/a collega; non è necessario cavillare su cose come il numero di righi e suscitare le risatine del pubblico, per mettere in evidenza i problemi di una traduzione.
    Passiamo oltre. Riguardo alla corrispondenza tra Alliata e Tolkien, è vero che non è documentata da nessuna parte. Ad ogni modo, Oronzo Cilli è intervenuto personalmente sull’argomento a “Radio Brea”, alcuni mesi fa. Mi permetto di mettere il link della puntata: https://www.spreaker.com/user/sentieritolkieniani/qdrb-s9-ep06-concening-translations
    Ovviamente il podcast è molto lungo… La parte in cui Cilli parla di eventuali scambi epistolari tra Tolkien e Alliata, comunque, inizia circa al minuto 156.31 e finisce al minuto 162.26, mentre in precedenza, dal minuto 96.34 al minuto 99.30 c’è qualche altra osservazione interessante sulla primissima traduzione di Alliata.
    Bene, vado a leggere il vostro prossimo articolo 🙂

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    1. Rimane un problema: si sono scambiati delle corrispondenze certo. Ma come può un autore accettare il cambio di una città da Hobbiton a Hobbiville? Come può capire che il suo inventare la data dell’undicentesimo compleanno di Bilbo in italiano non è reso, ma qualcuno lo renderà 70 anni dopo? Come può approvare GNOMI, quando scrive invece ELFI?
      Tutti a dire che Tolkien sapeva l’italiano, avendolo imparato durante la Prima Guerra Mondiale. Come mio nonno che ha imparato il Tedesco nella Seconda? Nessuno dei due era madrelingua.
      Ha passato il testo di Alliata ad un amico e un altro responsabile, o conoscenti… e dissero che andava bene. Ma era l’unica traduzione in “ballo”. Non era una gara. Ma hanno capito tutto, e che pari gli hanno mandato? La poesia dell’Anello che si legge nell’edizione Astrolabio? Nulla ribaltata?

      Tre Anelli per i Re Gnomici
      Che dominano nell’eternità,
      Sette per i Principi dei Nani
      Che nei manieri di pietra sono,
      Nove per i Miseri Uomini
      Destinati alla mortalità,

      E Tolkien avrebbe approvato?
      A me sembra che sia servito nella sua lettera aperta per “procacciare proseliti”, il discorso che la sua traduzione l’unica approvata da Tolkien. Ma se anche fosse? Non stiamo parlando di Nobokov che tradusse Lolita in Russo, e poi riapre anche in Francese. Tolkien chiese di tradurre tutto, nella lingua di destinazione. Fu contrario Quirino Principe, e lo scrive, perché non puoi portare in italiano il 100% dei termini in inglese senza avere dei risuolati “alti”, “bassi” e “alcuni risibili”.

      Fatica ha criticato Alliata per il Doppio-Aggettivo. Lei si è sentita superiore e ha detto a Fatica che il doppio aggettivo rafforzativo lo usano i grandi poeti. Ma se è estraneo a Tolkien non ha senso, no? Alliata sa cos’è un’iperbole verbale? “No, non andiamo in quel locale questa sera, ci siamo stati un milione di volte”. 1.000.000 : 365 = 2379,… Vuol dire che per 2.000 anni ogni giorno sono nati in quel locale????? E’ una “esagerazione”. Alliata capisce quando vuole, quello che vuole. Perché i complimenti Fatica ad Alliata gli ha fatti ben prima che lei lo denunciasse. Inoltre non è traduttrice. E lei stessa disse che voleva revisionare il testo, e che oggi avrebbe tradotto in modo diverso.

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      1. Quali complimenti, scusa? Il fatto che Fatica abbia detto che all’età di Alliata non sarebbe riuscito a fare quello che ha fatto lei? A me sinceramente sa tanto di pacca paternalistica sulla spalla, giusto per abbellire un po’ il discorso. Poi tu puoi pensarla diversamente, per carità, a ciascuno le sue opinioni, ma per quanto mi riguarda quella di Fatica non è una vera lode. Che Alliata capisca quello che vuole quando vuole non significa che il comportamento di Fatica sia stato irreprensibile. Quella dei cinquecento errori era un’iperbole, sì, ma che mi dici di altre affermazioni? “Non c’è paragrafo mondo di lacune e sbagli”, “[…] parafrasi decisamente brutta”? Iperboli anche queste?

        Mi sembra che nessuno qui abbia dato per scontato che Tolkien conoscesse BENE l’italiano. D’altra parte, sappiamo che leggeva Dante in italiano, e sappiamo anche che Alliata ha dichiarato di aver ricevuto lettere di apprezzamento già nell’aprile del 2016 (e pure anni prima, se non sbaglio), quando la traduzione di Fatica nemmeno esisteva. Una qualche forma di supervisione della traduzione di Alliata da parte dell’Autore dev’esserci stata, poi per una consulenza generale e più “specialistica” Tolkien si è affidato a chi ne sapeva più di lui, ma ciò non esclude che possa aver detto la sua. Peraltro, lui non ha chiesto di “tradurre tutto”. Leggendo la “Nomenclature of the Lord of the Rings”, possiamo dire indicativamente che suggeriva la traduzione dei termini in inglese moderno, mentre quelli in inglese antico e nelle lingue da lui inventate andavano lasciati così com’erano. Ma è difficile seguire queste istruzioni in tutto e per tutto quando si tratta di lingue romanze, che hanno una struttura diversa e radici diverse da quelle germaniche, che Tolkien conosceva molto meglio.

        Tu lasci intendere che Tolkien non avrebbe mai accettato “Hobbiville” o “Gnomi”, ma come fai a saperlo con certezza? A parte che Alliata ha già detto più volte di aver concordato con lui la scelta di “Gnomi”, perché “Elfi” poteva ricordare gli Elfi della tradizione shakespeariana, che sono ben diversi da quelli di Tolkien… ma, ammesso e non concesso che non crediamo a una consultazione con l’Autore, non è che Alliata si è svegliata la mattina e ha fatto le cose a casaccio. Alcune sue scelte traduttive possono essere discutibili o inefficaci, però il presupposto base da cui è partita lei è molto chiaro: voleva avvicinare il più possibile “Il Signore degli Anelli” alla cultura della lingua di destinazione – per questo ha usato anche la doppia aggettivazione, rifacendosi a Dante e Petrarca. Non direi che è una scelta senza senso, va semplicemente contestualizzata ai tempi. Noi facciamo presto a parlare, oggigiorno abbiamo molta più confidenza con la lingua e la cultura anglosassone, ma alla fine degli anni Sessanta non era così. Alliata voleva venire incontro al pubblico italiano. Non dobbiamo per forza condividere il suo approccio al testo di Tolkien o le sue scelte traduttive, però cerchiamo almeno di capire…

        “Undicentesimo” in italiano non esiste, come immagino tu sappia. L’originale “eleventy-first”, invece, si rifà a un termine in inglese antico e forse è addirittura stato usato. Puoi cercare il suffisso “-ty”, che sull’Online Etimology Dictionary, dove troverai delle informazioni molto utili. La traduzione di Alliata, “centoundicesimo”, è corretta dal punto di vista del significato, perché – qualsiasi parola si voglia usare – Bilbo compie 111 anni. Certo, “eleventy-first” è un termine un po’ straniante per il pubblico della lingua di partenza, mentre “centoundicesimo” è un termine normalissimo in italiano, quindi qualcosa nella nostra versione va perduta… ma questo è un rischio che in traduzione si corre sempre. Non esistono due lingue completamente sovrapponibili, spesso chi traduce deve scegliere quali elementi “sacrificare” e quali mantenere. Alliata e Fatica hanno compiuto due scelte opposte (“centoundicesimo” e “undicentesimo”), ciascuna delle quali ha i suoi pro e i suoi contro.

        Spero di non essere risultata troppo saccente e di non aver “invaso” lo spazio dei Figli di Feanor, ma ci tenevo a fornire una risposta dettagliata. Non ho la presunzione di sapere tutto, però quel che so cerco di dirlo, se serve a rendere la situazione un pochino più chiara…

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      2. Ci puoi dare una fonte del commento di Principe sui risultati “alti, bassi o risibili”? Sul serio, niente sarcasmo Noldor, ci serve per le fonti primarie, grazie! ❤

        La questione della possibile revisione di Alliata è molto complicata. Ci stanno dietro politiche editoriali di cui non siamo a conoscenza. Che Alliata non fosse una traduttrice ai tempi in cui tradusse il SdA, è un'affermazione azzardata, perché perfino per la sua giovane età aveva già lavorato su diverse lingue.

        Abbiamo le fonti, e le abbiamo già segnalate, di ciò che Fatica ha detto di Alliata. Ora, il nostro scopo è SOLO di confrontare Fatica con Tolkien, non con Alliata. Ma nei primi momenti della querelle, per noi è stato istintivo reagire molto male all'affermazione "500 errori per 1500 pagine" (e altre… curva sud, orsacchiotto di peluche etc).

        Poi Fatica si è giustificato dicendo che era un'iperbole, come dici tu. Verissimo, ma se uno si presenta per la prima volta su un palcoscenico illustre come il Salone di Torino ed esordisce così, poi non può lamentarsi se lo criticano. Anche perché non ha mai cambiato il suo approccio nei suoi interventi successivi (Parma, Modena, Torino 2020, Trento). Invece di spiegare con passione le sue scelte traduttive, ha continuato a criticare la traduzione precedente, e adesso (Trento) anche Tolkien in persona. Ci spiace ma l'approccio di Fatica continua a sembrarci ostico, privo di amore per il testo che traduce.

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  4. Ci appelliamo a Kelopoeta per conferma, ma le poesie di Tolkien sono metricamente costituite da normali ottonari, endecasillabi etc, oppure basate sull’accento tonico e sull’allitterazione, come la poesia anglosassone.

    Chiamato in causa, rispondo con piacere, permettendomi qualche precisazione.

    Premesso che sono, almeno per il momento, ben lungi dal potermi definire esperto della poetica tolkieniana (avendo studiato solo un’infima parte della sua produzione), voglio condividere un paio di considerazioni che saltano all’occhio con maggior prepotenza – e che saranno quindi delle vere e proprie ovvietà per i lettori più esperti, a cui anticipatamente chiedo venia.

    Ovvietà n. 1: Tolkien sa quello che fa, tanto nella prosa quanto nella poesia. Conosce bene le regole del linguaggio poetico, inclusa quindi la metrica – in particolare quella della lingua inglese, in cui di fatto non esistono ottonari ed endecasillabi (propri della metrica italiana). Non intendo entrare nel tecnico in questa sede: per qualche accenno in più (inclusi ulteriori rimandi esterni alla metrica inglese), lascio qui un mio articolo: Tolkien e la poesia di Aragorn (analisi) – parte 1.

    Ovvietà n. 2: tutto ciò che ha scritto Tolkien riguarda Arda. Dobbiamo quindi fare lo sforzo di dimenticarci, per quanto possibile, che nel “mondo reale” l’autore viveva sulla Terra e scriveva in lingua inglese; e contemporaneamente dobbiamo fare lo sforzo di attribuire diversi testi a diversi autori (e in diverse lingue). Ok, qui rischia di diventare un casino, lo ammetto; ma, per farla breve, è ravvisabile uno stile negli scritti di Bilbo, che può e deve avere le sue peculiarità – così come si fa un gran parlare dei “diversi registri” usati da Tolkien, anche se qui mi pare si tratti più semplicemente della caratterizzazione di un personaggio.

    Avrei altro da aggiungere, ma temo di essermi dilungato già troppo; pertanto, lascerò a chi legge l’onere di trarre le proprie conclusioni.

    Namárië – tanto per restare in tema! 😛

    ~Kelo

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  5. È singolare che Fatica deplori una traduzione che si basi sul calco dell’inglese quando egli procede esattamente in questo modo.
    Viene spontaneo qui citare il folgorante saggio 《Sulla traduzione》 di Hilaire Belloc: “Trasforma in modo coraggioso: rendi il senso tramite il senso corrispondente senza preoccuparti delle difficoltà lessicali sul tuo cammino. Dove tale resa del senso mediante un senso corrispondente implica un considerevole ampliamento, non esitare ad ampliare per paura di essere prolisso. (…) Talvolta, persino spesso, un intero passaggio deve essere dunque trasformato, un intero paragrafo deve essere posto in una nuova forma, se volessimo rendere il senso dell’originale”
    Anche il “Dovevamo” in luogo di “Dovevo” è una particolare costruzione della lingua italiana: poiché Gandalf sta parlando di un pericolo che attinge la collettività, il plurale assume il significato di “Era necessario” o “Era inevitabile”, con una costruzione tipica dell’italiano, mentre la conservazione del singolare dà una sfumatura particolare alla frase, come se Gandalf avesse rischiato ben oltre il lecito ed il necessario, mentre il singolare è naturale in Inglese.
    “Noi dovremmo dire a noi stessi non ‘Come dovrei rendere questo discorso straniero in inglese?’, ma ‘Che cosa avrebbe detto un Inglese per dire la stessa cosa?’ Questa è traduzione.” (H. Belloc)

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    1. Ciao Davide, benvenuto! Infatti rileggendo Alliata ci sembra che spesso segua il pensiero stesso del narratore o dei personaggi, facendolo proprio e parlando come se si immergesse nella situazione, “come avrebbe detto un Italiano per dire la stessa cosa”, per parafrasare la tua citazione. Non è una traduzione precisa, è ovvio, ma ha un suo senso.

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  6. È davvero curioso che Fatica disprezzi chi traduce sul calco dell’originale inglese quando egli adotta sistematicamente questo modo di procedere.
    Viene poi spontaneo citare il folgorante saggio 《Sulla traduzione》 di Hilaire Belloc: “Trasforma in modo coraggioso: rendi il senso tramite il senso corrispondente senza preoccuparti delle difficoltà lessicali sul tuo cammino. Dove tale resa del senso mediante un senso corrispondente implica un considerevole ampliamento, non esitare ad ampliare per paura di essere prolisso. (…) Talvolta, persino spesso, un intero passaggio deve essere dunque trasformato, un intero paragrafo deve essere posto in una nuova forma, se volessimo rendere esattamente il senso dell’originale.”
    Anche in merito alla resa con “Dovevamo” anziché con “Devo” nella versione “Alliata/Principe” è corretta. Gandalf sta parlando di un pericolo che attinge la comunità, ed in italiano è naturale rendere questo concetto con il plurale, laddove in inglese è naturale il singolare. Conservare il singolare in italiano dà una sfumatura particolare alla frase, come se Gandalf avesse rischiato ben oltre il lecito ed il necessario. “Dovevamo”, invece, assume il significato di “Era necessario” o “Era inevitabile”, con una costruzione che è propria dell’italiano.
    “Noi dovremmo dire a noi stessi non ‘Come dovrei rendere questo discorso straniero in inglese?’, ma ‘Che cosa avrebbe detto un Inglese per riesco a stessa cosa?’ Questa è traduzione.” (H. Belloc).

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  7. “Cara Gloria, possiamo capire che anche tu ne hai fin sopra i capelli, come direbbe Gandalf, ma questa cade proprio dall’alto. Che ne sai di cosa siamo esperti TUTTI, di come giochiamo, di cosa leggiamo? Devi dircelo tu o AIST in questo articolo se andiamo bene, se vogliamo essere tolkieniani?”
    Quanti Silmaril volete per aver scritto queste parole? Credevo di essere una delle poche persone a trovare alcuni passaggi degli articoli di “Cercatori di Atlantide” fastidiosi – e persino tendenziosi, a dirla tutta! Comunque sto continuando a leggere il vostro blog, ma al momento non ho molto tempo per lasciare un commento lungo… Ripasserò più tardi, quando mi sarà possibile.

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    1. Grazie, Lettrice, e benvenuta! Complimenti, abbiamo incontrato il tuo blog nelle nostre peregrinazioni e siamo contenti che tu sia qui. A volte comunque siamo colpevoli anche noi di esagerare, per puro sfinimento fisico e mentale. Infatti rimaneggeremo questo articolo, anche alla luce delle nuove info. Comunque avvertiremo dei cambiamenti!

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      1. Non preoccupatevi, un po’ di emotività è normale, dopotutto si sta parlando di cose a cui tenete molto^^
        Neanch’io sono completamente oggettiva (è impossibile esserlo), quando tratto questo argomento sul mio blog! A proposito, sono molto contenta che mi leggiate, se vi va potete lasciarmi qualche commento.
        Tornando al vostro blog, mi piace perché è palese che volete vederci chiaro in questa storia, infatti date spazio a più fonti possibili e cercate di analizzare le cose in profondità. È questo l’atteggiamento giusto, a mio parere.

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    2. Non proprio «una delle poche persone». Alcuni passaggi sono indifendibili – e lo dico dopo aver lodato io stesso un noto articolo della Comandini. La questione è delicata ed intricata, l’unica cosa importante è non accontentarsi mai acriticamente della verità propinata da chicchessia: soprattutto laddove vi è una guerra dichiarata in corso, chi vuol restare imparziale non può prescindere dal lavoro di vaglio di parole e concetti; analizzando non solo il detto, ma anche il non detto – e mantenendo sempre un atteggiamento di umiltà nei confronti della conoscenza.

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      1. Sono pienamente d’accordo.
        Io stessa, che qui non sono dalla parte di nessuno, se non di Tolkien e di chi lo legge (e con “chi lo legge” non intendo solo fan, ma anche semplici lettori e lettrici che si stanno avvicinando ora alla Terra di Mezzo), mi rendo conto che a volte ho delle reazioni di pancia, di fronte a certi avvenimenti che hanno riguardato questa storia della nuova traduzione; per questo motivo cerco sempre di non accontentarmi di una sola versione dei fatti, per andare in fondo alle cose ed essere più razionale nei miei articoli. Penso che a volte rischiamo un po’ tutti di non farlo, ma l’importante è continuare a perseguire questa strada. Ecco perché è giusto controllare il maggior numero possibile di fonti – come i Figli di Feanor stanno cercando di fare in maniera ammirevole 🙂

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