Le poesie di Fatica: è stata la gatta

Nell’attesa del via libera per commentare la nuova apparizione della nostra Paola Cartoceti alla Voce di Arda (stiamo scrivendo talmente tanti articoli e saggi in contemporanea che abbiamo perso il filo), abbiamo fatto una ricerca per confrontare lo stile poetico di Fatica con quello delle poesie del SdA.

Il risultato non è quello che ci aspettavamo… #clickbait

Dove comprarle:

Le omissioni, Ottavio Fatica. Giulio Einaudi Editore

Vicino alla dimora del serpente, Ottavio Fatica. Giulio Einaudi Editore

Estratti e commenti:

Cinque poesie di Ottavio Fatica – Nazione Indiana

«L’anonimo richiamo» – Ottavio Fatica Poesia in rete

“Le omissioni” di Ottavio Fatica – Flanerí

“Vicino alla dimora del serpente”, recensione

Vicino alla dimora del serpente. | La poesia e lo spirito

Dal punto di vista del nostro studio, eravamo alla ricerca di testi poetici fatichiani che giustificassero la convivenza di astrazioni incoerenti e illeggibili quale la traduzione della giocosa canzone Farewell we call (che contiene l’infamia “dietro l’abietto, l’oste appetto” che nessun hobbit oserebbe cantare, pena l’allontanamento a vita dal Drago Verde) con testi semplici come la Canzone dei Tumuli, che ci piace. Quindi, seguendo la nostra impostazione filologica che ci porta a risalire all’origine dei manoscritti (non delle parole – quella è l’etimologia), abbiamo compiuto questa piccola ricerca.

Le poesie di Fatica, in generale, non ci piacciono. Di una poesia ci piace l’impatto immediato, l’immagine folgorante, il verso memorabile; non ce la facciamo a trascorrere ore e ore a capire quale sia il soggetto e quale l’oggetto. Se quello è il suo stile, lo rispettiamo; anche perché i fan di Montale fra noi sono ben disposti a discutere per giorni il significato di “fuori dal prodigio / CHE schiude la divina indifferenza”.

Continuiamo a sostenere che lo stile adottato da Fatica per molte poesie del SdA non è adatto. Però la nostra ricerca ci ha posto un problema di coscienza. E anche a Paola Cartoceti, quella che in radio ha dichiarato che la durezza pubblica di Fatica suscita altrettanta durezza da parte sua: è scoppiata a piangere su Skype. Motivo? Questa poesia (fonte):

Ho la risposta.

Dio mette la divinità

nell’uomo come l’uomo mette

l’umanità in un animale

o siamo nell’universo

come cani

e i gatti in biblioteca?

Nulla osta. Io guardo

occhi negli occhi

questa gatta, questa

creatura. E ho paura

di aver paura. Avendo

la risposta.

Giochiamo tutti e tre

+a mosca cieca.

E’ stata la gatta. All’improvviso ci siamo trovati davanti un essere umano, non “l’oste appetto”, non il burattino che appare dalle interviste e dalle conferenze AIST. Quando Cercatori di Atlantide affermò che l’intervista a Repubblica doveva servire a “umanizzare” Ottavio Fatica, mancò il bersaglio. Nell’intervista lui fece il bullo come al solito. Bastava citare questa poesia, in cui è tenerissimo, e ha una gatta come noi. (E chiarissimo, vorremmo aggiungere).

Abbiamo tradito il giuramento? Al contrario. Ottavio Fatica è un’entità misteriosissima: riconoscere i casi in cui ci commuove, oltre a quelli in cui ci respinge, ci aiuta a essere ancora più oggettivi nella nostra critica.

 

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