Fatica a Trento: La semplicità di Tolkien (Voce di Arda, articolo AIST)

La puntata di venerdì 12 dicembre della Voce di Arda è stata una rassegna di critiche documentate all’intervento di Fatica a Trento e all’articolo di Wu Ming 4, Appunti sul discorso di Ottavio Fatica a Trento. Segnaliamo gli interventi poderosi dei traduttori Luca Manini (dal minuto 84′) e Marco Respinti (da 111’40”). Se potete, ascoltate l’intera puntata, ne vale la pena.

L’articolo di WM4 copre l’intervento di Fatica in maggior profondità di quanto abbiamo fatto noi nei precedenti post, e in modo molto più chiaro di quanto abbia fatto Fatica stesso, che ha solo letto un testo, senza slides e senza che esista un link a cui fare riferimento. Qui cercheremo di riordinare una massa di idee, intuizioni, critiche e riflessioni prese dall’intervento di Fatica, dall’articolo di Wu Ming 4 e relativi commenti, infine dagli interventi in radio.

E’ curioso che WM4 sembri riferirsi nel suo articolo a una versione più dettagliata del testo letto da Fatica; infatti Fatica non ha nominato la parola “Incantesimo”, non ha parlato di night walkers nella poesia Byzantium di Yeats, e non ha criticato il presunto abuso di avverbi da parte di Tolkien.

Scambiarsi appunti è normalissimo, lo facciamo sempre e non siamo obbligati a tirar fuori tutto dal testo che abbiamo di fronte. Tuttavia l’impressione è che la prima parte dell’intervento di Fatica, quella sul “ripensamento su Tolkien”, sia piuttosto farina del sacco di WM4, quasi un manifesto deliberato.

Questo post sarà in parte una ripetizione del precedente, Fatica a Trento: La risposta di Tolkien, rivisto alla luce dei commenti di WM4, Testi e Arduini all’intervento di Trento. Vediamo i dettagli…

Is this the real life, is this just fantasy?
Caught in a landslide, no escape from reality
Open your eyes, look up to the skies and see…

Cos’è un Classico?

Umilmente chiediamo a Treccani e otteniamo questa risposta:

“… tale da poter servire come modello di un genere, di un gusto, di una maniera artistica, che forma quindi una tradizione o è legato a quella che generalmente viene considerata la tradizione migliore; con riferimento ai più importanti autori delle letterature moderne e alle loro opere: i c. italiani…”

Questa definizione è calzante per Tolkien, che è sicuramente uno dei più importanti autori anglofoni e ha dato slancio al genere Fantasy; anzi, in “On Fairy Stories”, ne dà la definizione (vedi post precedente). “Legato alla tradizione migliore” è pericoloso perché si rischia di mettere la maiuscola a Tradizione, in tal modo ricadendo nell’ineluttabile fascismo (La riunione della scuola Tradizionale a Rimini, di Roberto Arduini).

Più empiricamente, ci siamo consultati fra noi e con amici, e ne sono uscite le seguenti proposte:

  • Un Classico è un testo che dura nel tempo;
  • Un Classico è un testo dal significato universale, che tocca la sensibilità di tanti in tante epoche diverse;
  • Un Classico non è la Verità;
  • “Un Classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” (Italo Calvino).

Allora cerchiamo di seguire il ragionamento di AIST, la cui dichiarazione programmatica è restituire Tolkien ai Classici. Come direbbe Gaber, il gatto si morde la coda. Si nota un curioso circolo negli interventi di Fatica:

Prima dell’uscita della nuova traduzione, i detrattori dicevano (basandosi sulla provenienza ideologica degli sponsor dell’operazione, AIST e soprattutto Wu Ming) che Fatica aveva il compito di banalizzare e sminuire il testo di Tolkien, per strapparlo all’interpretazione Tradizionalista destrorsa. Non ci avevamo creduto. Ma:

  • Torino 2018: Fatica critica Alliata e i fan (purtroppo abbiamo solo parte dell’intervento).
  • Parma e Modena 2020: si dilunga per 2 ore sui presunti anacronismi di Tolkien, più che sulle proprie scelte traduttive.
  • Torino 2020: fa il gigione, e abbiamo già smentito le sue considerazioni sull’anima (vedi anche oltre) e su Ariosto.
  • Trento 2020: spende metà del suo intervento per il “ripensamento su Tolkien”, stroncando Tolkien come scrittore in maniera mai così cruda.

Sembra quasi che le altre volte lo abbiano lasciato andare a ruota libera; invece a Trento, evento propagandato a tamburo battente, si sono resi conto che dovevano controllarlo in qualche modo, quindi gli hanno fornito uno script, ma uno di particolare ferocia nei confronti di Tolkien.

E anche quando Fatica esprime opinioni proprie, ma testualmente discutibili come l’anima e le driadi, dato che lo ha detto in pubblico bisogna giustificarlo, per non risultare incoerenti; e ciò avviene nell’articolo di WM4. Teoria di complotto? Forse, ma quadra.

La giustificazione da parte di WM4 delle affermazioni più estreme di Fatica rientrerebbe nell’ipotetico piano di sminuire Tolkien, e il cerchio si chiude con un paradosso:

questo accumulo di critiche alla sua poetica, al suo linguaggio, ai fan “con i paraocchi”, finisce per avere l’effetto opposto a quello espresso da AIST, ovvero tende a decostruire e de-classicizzare Tolkien.


Vediamo i punti focali dell’intervento di Fatica a Trento, con i commenti di Wu Ming 4 / AIST:

Il “ripensamento su Tolkien” e i pesanti giudizi critici sulla sua poetica.

Esulando completamente dal tema del convegno, cioè la traduzione, Fatica cita vari critici di Tolkien come auctoritates sul fatto che “non c’è verso a tutt’oggi di abbordare Tolkien senza paraocchi“, nel bene o nel male. Ma basta guardare alla diversità di background, di orientamento politico e religioso etc. fra noi appassionati e studiosi, e il concetto di “paraocchi” risulta fuori luogo. Ciascuno coglie dal SdA ciò che più lo ispira, lo rende migliore, lo consola. Questo è un Classico. Nessuno di noi tenta di convincere altri che sia Verità, come insinua più oltre Fatica (“una verità è tale nella misura in cui soddisfa chi la formula“); è “Applicabilità”, come dice Tolkien nella prefazione al SdA.

(Citiamo in proposito l’intervento di Cecilia Drudi nella più recente puntata della Voce di Arda, da 148’40”)

Questo è un primo esempio della semplicità di Tolkien, che ci unisce al di là di qualsiasi differenza; sempre che ci si lasci unire, cosa che nel mondo tolkieniano (e non solo) italiano è utopia.

Poi Fatica fa un riassunto quasi irriconoscibile della poetica di Tolkien espressa nel saggio On Fairy Stories (che non nomina), i cui passi fondamentali sono stati da noi riportati nel post qui sotto.

Ne faccio una parafrasi: l’arte produce credenza secondaria; se ottiene una coerenza interna di realtà, la impone. La fantasia ha dalla sua la stranezza accattivante – “arresting”, che cattura – e che a volte le si ritorce contro: a molti non piace essere catturati, cioè arrested, ribadisce Tolkien pigiando sul significato letterale. Ma se il subcreatore è capace di produrre fantasia con realismo e immediatezza, indurrà il lettore a trascendere la credenza secondaria, e – come in sogno – a credersi fisicamente dentro il suo mondo secondario. È quello che fanno i lettori, e il sogno lo sta tessendo un’altra mente, a scopo ben preciso: farne un racconto. La fantasia, quest’arte subcreativa, può giocare brutti scherzi. Esperire direttamente un mondo secondario dà alla testa, e per quanto fantasiose le vicende, a quel mondo si finisce per prestare credenza primaria. Se si arriva al punto di non voler conoscere o non poter più percepire la verità – cosa tutt’altro che impossibile – la fantasia muore e diventa illusione morbosa. Fin qui la parafrasi di Tolkien.

[grassetto e sottolineato nostro]

Fatica trascura il paragrafo finale del capitoletto Fantasy, ed evita i successivi, cioè Recovery, Escape, Consolation, di cui forse – beato lui – non ha bisogno, ma che tanti lettori hanno sentito e fatto propri, come è caratteristica dell’applicabiltà di un Classico.

Cosa dice in realtà Tolkien?

“Il potere di dare alle creazioni ideali la coerenza interna” appartiene all’Arte, che funge da legame fra Immaginazione e Sub-Creazione. Non è l’Arte, e tanto meno il Fantasy, che “impone” (commanding) la coerenza interna. Tolkien aggiunge che “è sempre più difficile produrre la coerenza interna, quanto più diverse dall’effettiva organizzazione del Mondo Primario sono le immagini e la riorganizzazione del materiale primario.” [Traduzione nostra.] Già solo questo concetto non avrebbe forse meritato un intervento tutto suo, invece di poche frasi? Magari NON in un convegno dedicato alla traduzione?

Tolkien non dice MAI di voler “tessere un sogno” con “lo scopo ben preciso” di “farne un racconto”. Avverte del rischio dell’ “illusione morbosa”, ma solo

“se l’umanità fosse mai in uno stato in cui non volesse conoscere o non sapesse percepire la verità… In tal caso, che non sembra affatto impossibile, il Fantasy / la Fantasia perirebbe, e diventerebbe Illusione Morbosa”.

[Traduzione nostra.]

Qui Fatica si ferma, come a voler dimostrare che noi che amiamo Tolkien siamo idioti dementi che non sappiamo distinguere illusione e realtà. Peccato che Tolkien vada oltre, ma dire questo non conveniva a Fatica, o a chiunque abbia steso il suo script. Tolkien conclude dicendo che, a parte tutte le possibili deviazioni,

“LA FANTASIA / IL FANTASY RIMANE UN DIRITTO UMANO; NOI CREIAMO SECONDO LA NOSTRA MISURA E NELLA NOSTRA MANIERA DERIVATIVA, PERCHE’ SIAMO STATI CREATI: E NON SOLO CREATI, MA CREATI A IMMAGINE E SOMIGLIANZA DI UN CREATORE.

[Traduzione nostra.]

Il rispetto per Tolkien e la sua difesa

Nel suo commento a questa prima parte dell’intervento, WM4 dice:

Fatica ha anche riflettuto sull’Incantesimo, chissà se è stato colto. Anche questa stoccata probabilmente era rivolta a noi lettori fan. Il teatro feerico è un’arma a doppio taglio, perché se si arriva a prendere troppo sul serio la realtà secondaria, a crederci, si rischia di sfociare nella «Illusione Morbosa». Si potrebbe aggiungere che quando un mito viene trasmesso agli altri con una finalità, messo a disposizione di un apparato di potere, cioè quando viene tecnicizzato (avrebbe detto Furio Jesi), le cose non vanno mai a finire bene. Nel Novecento si è scherzato parecchio con questo fuoco, con risultati catastrofici. Ma questo vale anche su una scala più piccola: occhio a non trasformare Tolkien in un demiurgo onnipotente, in un genio assoluto, in un sub-creatore da adorare. Rimane pur sempre un autore di storie, e peregrinare nelle sue terre alle quali sentiamo di appartenere, come direbbe qualcuno, è un’esperienza che non deve azzerare il nostro spirito critico, il nostro senso della prospettiva e delle proporzioni.

E’ assai probabile che non sia stato colto, dato che Fatica non ha menzionato la parola Incantesimo. Il “senso della prospettiva e delle proporzioni” sembra già perso quando – oltre a prospettare una nuova dittatura mondiale causata dai Tolkieniani “con una finalità” – WM4 immagina il rischio di “trasformare Tolkien in un demiurgo onnipotente, in un genio assoluto, in un sub-creatore da adorare”. (Neanche Fatica è così brutale con i “fan con i paraocchi”.) Qui non si parla ormai più della traduzione Alliata/Bompiani, ma del Tolkien originale.

Forse viviamo in una bolla, ma nessuno dei nostri colleghi Tolkieniani corre quel rischio. Anche perché, oltre ad ammirarne le opere, la maggior parte di noi ha un profondo rispetto per la figura di Tolkien, anche se può non condividerne tutte le idee in base al succitato background personale. Anche chi fra noi non è religioso sa che concetti come “onnipotente, assoluto, da adorare” avrebbero sgomentato il Professore, perché lui li applicava a Uno solo.

Appunto, sembra dire poco più oltre Wu Ming 4, ribadendo che:

il testo narrativo […] non può essere sacralizzato, né caricato di «Verità», a meno che non si intenda fondare una religione (e qualcuno che vorrebbe beatificare il Professore pure esiste), trasformandosi da fan a fanatici religiosi, appunto. Se qualcuno pensa che il passo non sia breve dia un’occhiata alla storia della Chiesa di Scientology.

Di nuovo ci guardiamo attorno, e confermiamo che fra Tolkien e L. Ron Hubbard il passo è lunghissimo. Non vogliamo fondare una religione perché Tolkien non lo avrebbe voluto, e noi rispettiamo Tolkien. L’ipotetica causa di beatificazione è un discorso troppo complicato da buttare lì a questo modo per dimostrare il rischio del fanatismo religioso fra i Tolkieniani. E ancora una volta non c’entra nulla con la traduzione.

WM4 dice anche:

Da questo punto di vista, ha detto ancora Fatica, un vero scrittore non ha bisogno di essere difeso da chi lo critica, perché la migliore difesa è la qualità della sua scrittura. E le qualità a Tolkien non mancano, ha detto Fatica: «fantasia, visionarietà, ritmo narrativo incalzante, senso animistico della natura, solida tenuta nei passi di crescendo epico, e molto altro ancora». Infatti l’opera del Professore gode di ottima salute mezzo secolo dopo la sua morte. Che bisogno ha di essere sostenuto se non sta cadendo?

La frase citata da WM4 è praticamente l’unico commento positivo rivolto da Fatica a Tolkien, “scrittore di gran vaglia” ma per il resto un mestierante che non sapeva bene cosa faceva e provava un gusto sadico a prendere in giro i lettori. D’altra parte WM4 stesso definisce Tolkien un “romanziere dilettante”, dato che faceva un altro lavoro… come Dante? Petrarca? Eco?

“Che bisogno ha di essere sostenuto?” Ecco un breve elenco di strali tratti dal discorso di Fatica:

  • “Questo è solo un primo assaggio, un inkling se vogliamo, del personalissimo humour di Tolkien: se hai capito la battuta bene, se non hai capito meglio – per lui.
  • falsa modestia” [vedi oltre]
  • “nel mondo secondario lo stretto indispensabile è dosato con il contagocce dal demiurgo in carica, nella fattispecie Tolkien”
  • prolisso e ripetitivo, incorrere in sviste, imprecisioni, incongruenze, fare scelte azzardate, sentirsi eccessivamente sicuro di sé, fare passi falsi, seguire false fisse, come ogni scrittore. Non tutto è oro quel che poi risplende, fa un suo verso.” [All that is gold does not glitter significa l’esatto contrario.]
  • “vi offro uno scampolo di appunti e perplessità su tic, vezzi, peculiarità e idiosincrasie di Tolkien
  • “non si dà calco preciso dei nomi per via delle radici, a volte miste, a volte poco chiare, altre inventate; più facile da conseguire, almeno in parte, nelle lingue nordiche saccheggiate dall’autore”
  • l’imperfezione intrinseca al titanico progetto avviato da Tolkien”
  • “la sua è una versificazione vecchio stile, con atmosfera e temi desueti” [ne parleremo in un altro post]
  • “Tolkien ha un modo tutto suo e piuttosto ostico di numerare o scandire i tempi”
  • Sarà senz’altro una svista” [l’uso di anima]
  • la nota più stridente del libro: presuppone un’estetica decadente e una mitologia pagana affatto aliene al libro, per giunta un libro asessuato” [l’uso di driade]
  • il vecchio Geronzio […] un tripudio di incongruenza, non solo per la ridondanza dell’attributo, visto che Geronzio significa già vecchio, ma Geronzio è parola greca, per giunta ripresa nella forma latinizzata.” [già commentato]
  • “Per giunta lui ne abusa, specie nella terminologia bellica” [della lingua francese, parte integrante dell’inglese dal 1066]
  • “Con il termine nightshade tocca forse l’apice” [di cosa?]
  • Disturba immaginare Hobbit che sottolineano un’espressione artigliando il vuoto con il lezioso gesto delle dita, un vezzo ahimé tutto moderno.
  • “Non contento, Tolkien aggiunge che sarebbe uno scherzetto degno degli Hobbit fare il collegamento [fra Gamgee e Cotton], fingendo di ignorare che le parole e il loro significato arbitrario glieli mette in bocca lui.”
  • “Laddove l’autore sostiene che un termine elfico o di altra lingua da lui inventata è andato perso o è mutato, o finge altre vicissitudini erudite, lo fa per salvare capra e cavoli. Passa dalla filologia alla narrativa o viceversa quando e come più gli aggrada o gli conviene. Non può metterla in burletta perché è alle strette, per uscire da una trappola: è troppo comodo e sleale nei confronti dei lettori.
  • “Inoltre, specie nelle lingue di sua invenzione, si sente più che mai la mancanza di tutto il resto: in primo luogo di un corpo, che ha ereditato fisiologicamente ricordi ancestrali, richiami affettivi, culturali e storici.”
  • Dico allegorica apposta: Tolkien avrebbe ricusato una lettura in chiave allegorica. Mai fidarsi però del trad – del narratore: l’allegoria, che permette di misurare paesi nella mente, varrebbe forse a schiudere scorci inediti nell’opera.
  • “se per giunta si ha a che fare con uno come Tolkien che chiude un paragrafo con fell come attributo, e poi per distrazione o di proposito apre il successivo con they fell, il passato di fall, cioè quello che un anglofono ha presente quando incontra il termine…”

[grassetto nostro]

Vi diremmo di non prendere per oro colato queste citazioni astratte dal contesto e di controllare la fonte primaria: purtroppo essa non è disponibile, e non lo sarà fino a marzo, forse editata e depurata. Ma dopo questa serie di critiche estese fino ai concetti più cari a Tolkien – che possono essere riassunte nella moralina “fidatevi del racconto, non di Tolkien” – c’è da stupirsi se, suscitando i timori apocalittici di WM4, sentiamo il bisogno di difendere un autore che rispettiamo?

Non ci pare che sia compito del traduttore ergersi a critico letterario dell’autore che ha tradotto. Al massimo, per far ciò dovrebbe conoscerlo a fondo e amarlo, o per lo meno rispettarlo; cosa che, dopo aver ascoltato l’intervento di Trento, è difficile da credere. Ci immaginiamo Fatica (o chi per lui, ma è lui che ha prestato la faccia) che agita il ditino, “sottolineando un’espressione con il lezioso gesto delle dita, un vezzo ahimé tutto moderno”. Sarcasmo Noldor? No, parole sue che ci sembrano appropriate alla situazione.

[Potremmo aprire un’enorme parentesi sulle differenze all’interno della critica letteraria. Esiste l’oggettività unita all’ammissione del proprio gusto, ed esiste la soggettività spudorata, improntata alle proprie idiosincrasie, per cui “questo non mi piace e quindi vi racconto anche il finale” (ci è successo con vari film “recensiti” da critici con la puzza sotto il naso). ). La rimandiamo all’ennesimo futuro post. Basti dire che per noi i “critici” corrono sempre il rischio di essere presuntuosi e pieni di pregiudizi, e che una vera recensione parte dall’umiltà di saper dire “Secondo me… ma vedete voi”.] [EDIT paragrafo riscritto perché non si capiva nulla]

La Pietà di Bilbo e i critici

Uno dei passi più dolorosi da ascoltare è stato quello in cui Fatica prende una delle scene più amate e “applicabili” – quella in cui Gandalf spiega che, grazie alla Pietà di Bilbo, Gollum potrebbe ancora avere un ruolo nella distruzione dell’Anello – e la liquida come il goffo intervento di un mero burattino, soggetto alle fisime di un eccentrico burattinaio:

Auden è altresì convinto che al lettore interessi sapere che il presentimento di Gandalf su Gollum era giusto: senza Gollum la Cerca sarebbe fallita all’ultimo momento. Una soluzione dettata da esigenze narrative, magari frutto dei calcoli a ritroso dell’autore, qui assurge a consequenzialità, a destino, come talora lo chiamano gli esseri umani smarriti nel mondo primario. Un personaggio, e tale è Gandalf – non lo dimentichiamo – non può per definizione conoscere il futuro che, per ragioni strettamente narrative, gli ha ritagliato Tolkien; imbeccato dall’autore, Gandalf pensa – si fa per dire – quel poco che necessita alla storia, e a quello si attiene. Ecco il passo in questione: “Neppure i più saggi riescono a vedere tutti i risvolti; non ho molte speranze che Gollum possa guarire prima della morte, ma una possibilità c’è sempre.” Ora questo ha senso nel mondo secondario, simulazione del reale e convenzione narrativa; non c’è Caso lì, dice sempre chi tiene le necessarie fila saldamente in pugno e tira solo quelle che fanno al caso suo: l’autore, Rex Mundi di quel piccolo mondo. Tolkien, elfo in pectore, lo chiama con falsa modestia subcreatore.

[grassetto nostro]

Non è falsa modestia: per Tolkien l’unico Creatore è Dio. Si noti che il concetto di possibile redenzione, anche altrui, tramite le proprie opere buone è diffusissimo: basti pensare al karma dei Buddisti. Qui viene ridotto a un semplice espediente di trama, per giunta mal fatto, che anticipa il finale come un giallo di serie B [dice WM4]. Per apprezzare il SdA non si è affatto obbligati a vedere la Provvidenza (mai nominata da Fatica) come uno dei grandi temi dell’opera, ma neanche si può negare che Tolkien ce l’abbia messa, od offrire un’interpretazione unilaterale, assoluta e materialistica. Tutto corrisponde a quella decostruzione, de-universalizzazione, de-classicisticazione di Tolkien di cui parlavamo sopra, che assurdamente va contro all’intenzione dell’AIST.

A proposito di Auden… Nulla dall’intervento di Fatica permetteva di capire dove finissero i pareri dei critici da lui citati e dove cominciassero i suoi. Il sospetto di possibili fraintendimenti ci ha colto perché conosciamo bene il commento di Auden e la risposta di Tolkien (Lettera 183), e sulle prime non ci risultava che Auden parlasse di soluzioni dettate da esigenze narrative. Per questo motivo ecco i link alle tre critiche anglosassoni citate da Fatica (senza che facesse riferimenti alle fonti primarie, le quali nel caso di Bloom ci hanno richiesto un notevole lavoro di ricerca):


“Semplicità” perduta nell’approccio di F/WM4:

1) La creazione di linguaggi è uno dei cardini del resoconto di WM4 (non di Fatica, al quale le lingue inventate non interessano). Un primo equivoco è l’idea che i linguaggi inventati siano solo un giochino con cui si può barare, e neanche tanto bene, una serie di scherzetti che valgono solo per Tolkien. WM4 e Fatica estendono questa idea a TUTTO il linguaggio di Tolkien, accusandolo di incoerenza; ma per ora ci concentriamo in particolare sulle lingue elfiche.

Nelle trincee della Grande Guerra, Tolkien era già uno studioso di lingue e letterature; aveva già scritto poesie, ma il sistema del suo Legendarium era ancora di là da venire. Trovò la parola Earendel (dal Crist), si innamorò del suono e del possibile significato (stella Venere – messaggero della luce), e iniziò il cammino che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita; creare un linguaggio compiuto in cui quel nome potesse trovare posto, e ALLO STESSO TEMPO creare un mondo in cui quel linguaggio fosse una cosa sola con la storia in evoluzione di un popolo. Vi è una semplicità e una bellezza in questo concetto che lascia le lacrime agli occhi. Fa male sentirlo sminuito: le cattiverie Noldor nascono spontanee.

F/WM4 obiettano che nel nostro mondo lingue e popoli si evolvono insieme, ma non in quello di Tolkien, quindi la sua creazione linguistica non ha valore. Ha detto Fatica:

nelle lingue di sua invenzione, si sente più che mai la mancanza di tutto il resto: in primo luogo di un corpo, che ha ereditato fisiologicamente ricordi ancestrali, richiami affettivi, culturali e storici.

Semplificando enormemente, possiamo rispondere che ALL’INTERNO DELLA SUBCREAZIONE il concetto vale eccome; la lingua si è evoluta, si è differenziata in base alle vicende del popolo elfico. Tolkien stesso inglobò i propri ripensamenti nell’evoluzione cronologica delle lingue elfiche. Possiamo fare un salto ulteriore, forse troppo audace: i moderni studiosi di lingue elfiche stanno continuando questo processo, perché grazie ai loro studi molti si sono avvicinati alle lingue elfiche e ne hanno fatto parte DELLA PROPRIA STORIA. Stiamo parlando di lingue vive? Forse no; ma risulta difficile anche accantonarle come poco importanti.

Tutto questo viene ignorato da F/WM4; che d’altra parte ignorano anche il fenomeno unico dell’immensa diffusione di Tolkien in Italia a tutti i livelli (cosa che non si può dire degli altri scrittori citati da F/WM4 quali Beckett e Melville) di cui lo studio sistematico delle lingue elfiche è solo una parte.

2) Il progetto traduttivo/linguistico di Tolkien è oggetto di contesa all’interno dell’AIST (Appendice F, II):

In presenting the matter of the Red Book, as a history for people of today to read, the whole of the linguistic setting has been translated as far as possible into terms of our own times. Only the languages alien to the Common Speech have been left in their original form; but these appear mainly in the names of persons and places. The Common Speech, as the language of the Hobbits and their narratives, has inevitably been turned into modern English.

Nel presentare la materia del Libro Rosso come una storia da far leggere ai contemporanei, l’intero impianto linguistico è stato tradotto nei limiti del possibile in termini attuali. Soltanto le lingue diverse dalla Lingua Comune sono state lasciate nella forma originale; ma più che altro sono presenti nei nomi di luoghi e di persone. La Lingua Comune, quella degli Hobbit e dei loro racconti, è stata inevitabilmente trasposta nell’inglese moderno.

[traduzione Fatica]

Questo passo ci è sempre sembrato chiarissimo, e Fatica, avendolo tradotto, dovrebbe conoscerlo bene; invece lo ignora, sia nei suoi interventi che nelle sue scelte traduttive.

WM4 lo interpreta in modo molto particolare (ma sempre con l’intento di criticare Tolkien e lodare Fatica), il che vale un’analisi più approfondita. Le sue considerazioni si trovano in un suo commento al resoconto, in risposta a Claudio Testi, che gli pone la stessa obiezione che poniamo noi riguardo all’ “inglese moderno”: perché matite etc. dovrebbero essere anacronismi, se Tolkien traduceva in inglese moderno?

WM4 sembra incolpare Tolkien di incoerenza perché nella sua “traduzione” dall’Ovestron egli mescola termini moderni e termini arcaici, pur avendo dichiarato di voler usare l’inglese moderno. In un altro commento all’articolo, Roberto Arduini rincara che nelle Appendici si scopre che la Contea (the Shire) si chiama in realtà Sûza e che Samwise si chiama Banazîr, e ritiene che questo disorienti il lettore e sia prova dell’incoerenza di Tolkien:

… la realtà secondaria costruita nel Signore degli Anelli improvvisamente diviene estranea ai lettori, la cui risposta viene così sottovalutata. Il traduttore-redattore all’interno dell’opera prima richiama l’attenzione sul fatto che la lingua può essere il fondamento di entrambe le realtà e, al tempo stesso, lascia poi che questa credenza collassi.

[grassetto nostro]

Ma nelle Appendici Tolkien rivela anche, per la prima e unica volta nel SdA, che Imladris è Karningul in Ovestron, da lui tradotto con Rivendell. Karningul suona altrettanto “estraneo”, non è vero? Ma un lettore non ci pensa più di tanto: la sorpresa riguardo ai veri nomi degli hobbit può essere dovuta al desiderio dei lettori di conoscere il più possibile sui loro eroi, ma Karningul passa inosservato. Inoltre, nella sezione dedicata agli hobbit, Tolkien fa ben capire che anche gli hobbit parlano Ovestron, a parte alcuni nomi arcaici o locali.

Meriadoc was chosen to fit the fact that this character’s shortened name, Kali, meant in the Westron ‘jolly, gay’, though it was actually an abbreviation of the now unmeaning Buckland name Kalimac.

Riassumendo:

  • Imladris (Elfico) > Karningul (Ovestron) > Rivendell (Inglese)
  • Kalimac (Buckland) > Kali (Ovestron) > Merry (Inglese)

Lo stesso vale per Banazîr (Ovestron) > Samwise (Inglese) etc. La situazione ci pare chiara, tant’è vero che anche in Italia esistono numerosi nomi di persone e città di origine per esempio etrusca, il cui significato è incerto (Ravenna). Non c’è alcuna incoerenza, anzi da parti dell’Appendice che non abbiamo citato risulta che Tolkien ha fatto un lavoro capillare per rendere le sfumature geografiche e temporali della lingua Ovestron che finge di tradurre. Da qui la presenza di arcaismi nell’inglese moderno di Tolkien.

I ragionamenti di WM4 e Arduini sono comunque interessanti, ma ancora una volta sembra che si trascuri la spiegazione più semplice, la prima da cercare secondo il Rasoio di Occam.

3) Leggere Tolkien in inglese, anche da madrelingua: impossibile?

Dice Fatica:

Chi si vanta di averlo letto in inglese non può avere la sensibilità innata o acquisita che spesso non ha neppure il madrelingua, né la competenza che richiede studi e approfondimenti per apprezzare adeguatamente l’uso alquanto peculiare dello strumento, così da cogliere pecche e virtù, finezze, scarti, sottintesi e suggestioni del lavoro tolkieniano sulla lingua.

Astratta dal contesto, questa frase sembra supponente e paternalistica (“chi si vanta“?), come se solo Fatica possa avere sensibilità e competenza sufficienti per capire Tolkien. Può essere solo un modo infelice di esprimersi. Ma chiediamoci: a chi si riferisce Fatica? Non potrebbe fare nome e cognome di un madrelingua o di un laureato in Lingue, magari traduttore dall’inglese? Non considera che un lettore italiano potrebbe benissimo avere un bagaglio di letture che gli permettono di apprezzare lo stile di Tolkien, anche senza dover capire ogni singola parola e ricorrere al vocabolario?

Prevenendo l’obiezione, questa giustificazione non vale per le parole incomprensibili usate da Fatica: non ha senso dire che la sua traduzione corrisponde allo stile di Tolkien. Prendiamo per esempio sooth, usato solo 2 volte nel SdA (significativamente, da uomini da Rohan: Théoden ed Éomer). E’ un termine arcaico, ma significa solo “verità”. Fatica non ha potuto tradurlo in altro modo; quindi sembra che, per riprodurre la presenza di questi arcaismi nello stile di Tolkien, lui metta arcaismi altrove, dove in inglese c’è invece un termine moderno: floor = “piancito”, lean = “adusto” e via dicendo. E’ una scelta traduttiva come un’altra, ma non l’unica e non la più fruibile, e soprattutto non può pretendere di essere “il Vero Tolkien”.

Lo stile di Tolkien è a volte complesso; ma certe sue caratteristiche, come i versi nascosti nella prosa, possono essere riconosciuti dal lettore vorace di testi inglesi, oppure possono essere avvertiti in modo inconscio. La sua prosa genera un senso di poesia e di raffinatezza anche se non si coglie ogni singolo metro o allitterazione. Ha un’immediatezza che si può definire semplicità.

Tolkien stesso, nella Lettera 171 di cui si è discusso a lungo (e di cui WM4 fornisce un’interpretazione interessante, ma totalmente opposta a quella che ne abbiamo ricavato noi), dichiara che un vero inglese arcaico dev’essere semplice, limpido, senza vezzi inutili. Come detto sopra, Tolkien usa gli arcaismi sparsi nell’inglese corrente per indicare le varianti geografiche/temporali dell’Ovestron. Questo non giustifica Fatica nell’usare arcaismi dove Tolkien non ce li ha messi, perché si perde la semplicità desiderata da Tolkien.

4) Tolkien e Joyce: difficili allo stesso modo?

Fatica e WM4, a riprova della presunta difficoltà di Tolkien, citano James Joyce, ma non menzionano MAI un’opera specifica. Joyce ha scritto Ulysses e soprattutto Finnegans Wake, in cui la sperimentazione linguistica arriva a demolire ogni struttura grammaticale e sintattica, fino a rendere tali opere davvero illeggibili senza note a pié di pagina e svariati saggi esplicativi a disposizione. Altro che “tre volumi di lessici su Tolkien”, altro che discutere se towers like white pencils si possa dire o no. Ma Joyce ha anche scritto Dubliners (1914), raccolta di racconti sulla dura vita della classe media irlandese al volgere del secolo. Temi pesanti e complessi, ma scritti in uno stile piano, lirico, un tocco lieve sui peggiori tormenti e miserie dell’animo umano.

Dubliners è nel pubblico dominio. A parte alcuni termini, il paragrafo finale dell’ultimo racconto, The Dead, è comprensibile e commovente anche per un lettore italiano alle prime armi, per non dire un madrelingua:

Yes, the newspapers were right: snow was general all over Ireland. It was falling softly upon the Bog of Allen and, further westwards, softly falling into the dark mutinous Shannon waves. It was falling too upon every part of the lonely churchyard where Michael Furey lay buried. It lay thickly drifted on the crooked crosses and headstones, on the spears of the little gate, on the barren thorns. His soul swooned slowly as he heard the snow falling faintly through the universe and faintly falling, like the descent of their last end, upon all the living and the dead.

Si noti quanto Joyce faccia uso di avverbi; secondo WM4, Fatica ha criticato anche quelli nell’opera di Tolkien (ma nel suo intervento di Trento non sono stati nominati).

Si noti anche che Joyce scrive: … where Michael Furey lay buried. It lay thickly drifted… Ma se “uno come Tolkien” usa lo stesso tipo di ripetizione, anzi ripete due parole uguali ma dal significato del tutto diverso (… outrunning the wind in its fell speed. – They fell forward…), allora Fatica insinua che si tratti di “distrazione”.

E’ un peccato che la domanda di Costanza Bonelli sul tipo di LETTORE a cui Fatica si rivolge non sia passata con la chiarezza dovuta, perché è la base di gran parte delle obiezioni alla traduzione Fatica e richiederebbe l’ennesimo post di approfondimento. Su FB si trovano diversi post di persone che l’hanno apprezzata; sarebbe bello poter fare una discussione serena e capire che tipo di lettori sono, senza criticarli aprioristicamente o con reazioni di pancia, però sarebbe anche utile per loro capire ciò che ci sta dietro, cioè la mancata fedeltà testuale a Tolkien e ora anche il tentativo di demolire il testo originale di Tolkien. La domanda rimane aperta: a quale tipo di lettore si rivolge Fatica?

5) Anime e driadi

Dice WM4:

La scoperta di uno che la letteratura e il tradurre letteratura li conosce come nessun lettore italiano di Tolkien, ahinoi, anche se noi sappiamo la differenza tra hröa e fëa; uno che affronta la questione da traduttore, appunto, e sa che se la parola “soul” non compare nel romanzo (eccetto in una singola occorrenza, in un’immagine figurata), inserirci “anima” in traduzione è sia un problema concettuale e di lealtà al testo, sia un problema di registro. Altroché se lo è.

[grassetto e sottolineato nostro]

Fatica conosce letteratura e traduzione meglio di chiunque di noi? Ipotesi azzardata, se non si conosce ciascun Tolkieniano singolarmente, con nome e cognome. Ma lasciamo stare. La vexata quaestio riguarda questo passo: “So far they had not met a soul on the road” (Compagnia dell’Anello, cap. 3). Nei commenti ai post di WM4, Claudio Testi propone una complessa e interessante spiegazione su fëa/hroa, lo spirito, l’anima razionale etc. Facciamo notare solo una cosa:

Se il testo originale da cui Tolkien finge di tradurre è in Ovestron, soul è in origine una sconosciuta parola Ovestron, NON ELFICA. Quindi disquisire su fëa/hroa non ha senso, e questo vale anche per noi che ne abbiamo discusso e abbiamo indirettamente suggerito la domanda: dobbiamo riconoscerlo per onestà intellettuale. Tolkien ci ha messo soul perché quella era la parola più simile a un corrispondente modo di dire in Ovestron. Occam continua ad affilare il rasoio.

Incidentalmente, alla domanda su fëa/hroa, Fatica ha risposto semplicemente “Mi bocciassero”. Sa di passivo-aggressivo, ma forse è solo un riflesso dell’evidente disagio di Fatica nel parlare in pubblico di argomenti scottanti, e non si può fargliene una colpa. Una risposta meno polemica poteva essere “No, non lo so, che cosa significa?”

WM4 rincara in un commento al suo post:

l’incoerenza nel SdA è stilistica, ma ha comunque a che fare con l’anacronismo, perché il fantomatico traduttore dal Westron decide arbitrariamente di ricorrere/riportare termini anglosassoni, termini obsoleti e vecchie accezioni – il che presuppone un’attitudine filologica -, ma non si fa scrupolo di usare oggetti a noi contemporanei per le sue metafore e immagini figurate, dimostrando poca o nulla attitudine filologica in questo, dato che di certo nel fantomatico Libro Rosso originale non potevano esserci riferimenti ai treni, citazioni bibliche, neologismi contemporanei, driadi, ecc.

[grassetto e sottolineato nostro]

“Poca o nulla attitudine filologica” da parte di un esperto di filologia? Abbiamo già giustificato la maggior parte degli esempi citati, a parte forse il treno; e abbiamo mostrato come l’uso dei termini inusuali non sia affatto “arbitrario” (sooth usato solo da uomini di Rohan).

Allo stesso modo, ribadiamo che driade può benissimo corrispondere a un termine Ovestron per indicare le creature come Baccador, assimilabili ai Maiar. Tant’è vero che Fatica stesso parla di animismo; non spiega cosa intende, ma il concetto di animismo può essere remotamente assimilato all’immanenza degli Ainur nella Terra di Mezzo. WM4 sembra continuamente spararsi nel piede, come direbbero gli anglofoni, denunciando Tolkien come un presuntuoso imbroglione che non sapeva nulla di filologia. Ma non era un Classico da riportare fra i Classici?…

Cogliamo l’occasione per un commento sul “libro asessuato“. Fatica critica l’espressione a dishevelled dryad loveliness. (A parte che personalmente non ci vediamo nulla di “decadente” e “pagano”, ma questo può essere soggettivo.) Ma un libro asessuato PER CHI? Di nuovo non c’è attenzione al LETTORE. Fatica menziona regolarmente il “ragazzino” come lettore ideale (in questo distaccandosi ulteriormente dalla classicità e universalità di Tolkien) e forse lo immagina deluso dall’assenza di pirotecniche scene di sesso stile 50 sfumature di grigio. Curioso che, in una svolta inopinatamente sessista, non consideri mai la ragazzina, in grado di palpitare per gli sguardi fra Arwen e Aragorn, lo sfioramento delle mani di Aragorn ed Éowyn, il mescolarsi nel vento dei capelli di Éowyn e Faramir. Scene che possono risultare eroticamente suggestive anche per un maschietto sensibile, o per tutta una serie di lettori adulti. Stiamo parlando dello stesso autore che descrive i capelli di Elwing sul volto di Eärendil al risveglio di lui in un abbraccio coniugale (dettaglio purtroppo perso nella traduzione di Saba Sardi). Stiamo parlando di un uomo che amava teneramente la moglie Edith, che ha avuto 4 figli e che scrivendo al figlio Michael parla con franchezza di sesso e attrazione carnale (Lettera 43). Considerato tutto ciò, ci pare un po’ ridicolo affermare che il SdA è asessuato.

Conclusione: Fidatevi del racconto, dice Fatica con il ditino alzato, sottintendendo “non dello scrittore”. Ebbene, nel racconto Tolkien parla di eroi semplici e umili in grado di intromettersi in the counsels of the Wise and the Great, piccoli che diventano grandi come gli hobbit, grandi che si fanno umili come Aragorn; una semplicità che va al di là di ogni discussione linguistica (Tolkien ci perdoni) e che può toccare il LETTORE di qualsiasi tipo.

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